La ‘ndrangheta allunga le mani sugli appalti Tav e l’uomo chiave è un novarese

1Che la ‘ndrangheta avesse ramificato le proprie strutture, finanche a ricreare logiche da colonizzazione nel civilissimo Piemonte, non è affare nuovo (e non è la prima volta che ce lo ricordiamo). Ma i fatti di ieri mattina, con l’avvio dell’operazione dei carabinieri del Ros, denominata “San Michele“, ha un che di nuovo e di certamente atteso. Sarà soprattutto per via dell’attenzione esclusiva dedicata ai cantieri Tav della Val Susa, verso i quali si sarebbero indirizzate le cosche, cercando strade e contatti per eludere i controlli e le certificazioni. Inoltre, come è facilmente immaginabile, tenendo presenti i complessi rapporti tra Procura di Torino e movimenti No-Tav degli ultimi anni, questa operazione si inserisce certamente in un cono di interesse pubblico notevole e che con ogni probabilità farà parecchio discutere.

Come si diceva, la presenza delle cosche di Calabria in terra sabauda non ci dovrebbe sorprendere. Si fece sentire con forza dirompente ordinando ed eseguendo l’omicidio nel 1983 del procuratore capo di Torino (!) Bruno Caccia, per motivazioni che oggi richiedono ancora di essere approfondite con cura e coraggio. Nel 1963 poi arriva in Piemonte, spedito al confino, il boss Rocco Lo Presti – soprannominato “il padrino di Bardonecchia” – e con lui il ben poco meritevole titolo per la nota località turistica di “primo comune sciolto per mafia al Nord”. Era il 1995.
Per i giudici fu Lo Presti a «portare la mafia a Bardonecchia», e non a caso si era accasato con i Mazzaferro, già attenzionati nel 1976 dopo l’ottenimento di appalti per la costruzione del traforo del Frejus. Ecco, insomma, i tempi passano ma le vicende sono poi le stesse, con buona pace di chi legge nella storia della criminalità organizzata processi evolutivi al limite del comprensibile.

I Carabinieri del Ros, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Torino, hanno ieri mattina dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare  nei confronti di 26 persone indagate per associazione mafiosa, concorso esterno e smaltimento illecito di rifiuti. Tra queste compare Giovanni Toro, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, residente nel Novarese (a Castelletto Ticino) e uomo chiave di questa vicenda.
Il procedimento, come si legge nelle carte, nasce come stralcio di un lavoro più ampio avente ad oggetto gli assetti organizzativi della locale di ‘ndrangheta di Volpiano, già protagonista della maxioperazione “Minotauro” del giugno 2011. La ‘ndrina distaccata di San Mauro Marchesato, oggetto principale dell’operazione di ieri mattina, risulterebbe infatti essere un gruppo profondamente legato alle vicende della locale di Volpiano, ma in qualche modo in rapporto di autonomia e sotto la guida della famiglia Greco (largamente raggiunta dall’ordinanza). Gli inquirenti la definiscono una ‘ndrina distaccata, perché legata alla locale omonima di San Mauro Marchesato, paese di provincia di Crotone, ma operativa in modo inequivocabile nel Torinese.

Nelle carte dell’inchiesta ci sono espliciti riferimenti all’interesse delle cosche per gli appalti Tav, tanto da registrare diversi summit e riunioni preparatorie in casa madre calabrese, per decidere e organizzare la spartizione della torta milionaria. È lo stesso Giovanni Toro a confermarlo in una intercettazione: «Ricordati queste parole… che ce la mangiamo io e te la torta dell’alta velocità».
L’imprenditore di Castelletto Ticino e interlocutore delle ‘ndrine calabresi secondo quanto scritto dalla Procura aveva però un problema: non possedeva i requisiti per entrare nei cantieri dell’Alta Velocità. Fu infatti grazie a Ferdinando Lazzaro, classe ’67 di Susa di nascita e residenza – che aveva ottenuto in appalto dal committente Ltf-Lione Torino i lavori di preparazione del cantiere tanto contestato dalla popolazione della Val di Susa – che Toro riuscì a farsi aprire tra gennaio e marzo 2012 le porte dell’eldorado italo-francese, infilandosi nei lavori per la gestione delle strade e dell’asfaltatura, senza lasciare apparente traccia. «Ma guardate un attimo voi che potete –commenta in un intercettazione Toro – su Rai Tre di Torino, che hanno inquadrato i macchinari lì a Chiomonte.. lì alla Maddalena della Tav… ci siamo asfaltati», sottolineando come abbiano dovuto nascondersi per non farsi trovare dai giornalisti dell’emittente televisiva. A Lazzaro gli inquirenti contestano il reato di smaltimenti illecito di rifiuti, molti dei quali secondo i loro piani sarebbero dovuti finire in una cava dello stesso Toro nel comune di Sant’Ambrogio.

cantiereDi Giovanni Toro gli inquirenti scrivono: «concorreva all’associazione di tipo mafioso denominata ‘ndrangheta, mutuando i metodi stessi dell’associazione mafiosa e traendo vantaggio dalla contiguità alla consorteria, otteneva per se vantaggi patrimoniali e commesse lavorative consentendo alla predetta associazione – nei cui confronti manteneva relativa autonomia, agendo per tornaconto personale e tuttavia con la consapevolezza di così contribuire alla permanenza ed al consolidamento del sodalizio criminoso – di conseguire le sue finalità e di acquisire illecitamente in modo diretto i indiretto la gestione o comunque il controllo dei attività economiche e politiche». Dunque, agiva in modo consapevole per i propri interessi e per quelli delle cosche.
In più, sempre secondo l’accusa, consentiva alle ditte di trasporto indicate dalla ‘ndrina di partecipare ad appalti assegnati alla Toro srl e di scaricare nel sito della CST rifiuti speciali residui di lavorazioni edili e stradali, garantendosi il profitto derivante dal risparmio della spesa necessaria per la gestione corretta di questi.
Inoltre, individuava canali preferenziali per l’infiltrazione delle cosche nei lavori di realizzazione di opere pubbliche e «mutuava i metodi stessi dell’associazione e chiedeva agli indagati Mauro Audia, Gregorio Sisca e Roberto Greco di esercitare pressioni e minacce» per far desistere degli imprenditori concorrenti da una richiesta di pignoramento mobiliare a carico di un imprenditore amico di Toro. E in ultimo, si legge sempre dalle carte, «poneva in relazione e creava opportunità di tipo economico-imprenditoriale tra esponenti della ‘ndrina sanmaurese e personaggi del mondo politico», tra cui Domenico Verducci, consigliere comunale a Grugliasco e Antonino Triolo, assessore allo sport e rifiuti del comune di Bruzolo.
Ne viene fuori un profilo di collaborazione a tutto tondo, sia per quanto riguarda le relazioni politiche con i territori limitrofi al cantiere, sia per quanto concerne lo sviluppo di attività lavorative; capace di prestarsi inoltre come supporto “occulto” anche per Lazzaro in una fase successiva al fallimento della sua ditta e senza nessuna remora nel ricorrere al potere violento e intimidatorio delle cosche mafiose.

Al di là di questa vicenda, è bene ricordare che il Novarese ha più volte incontrato nella sua storia recente la locale di ’ndrangheta di Volpiano in arresti e fatti di cronaca. Si parte infatti dal maxi processo “Minotauro” a Torino, che vede Rocco Marando e Rocco Varacalli nel ruolo dei due super pentiti. Nelle dichiarazioni di Marando, affiliato proprio alla locale di Volpiano, il ruolo del Novarese come “terra di confine” veniva così ben descritto: «La ’ndrangheta ha interessi nell’edilizia. Vi dico solo questo: quando è stata rifatta l’autostrada Torino-Milano, la parte al di qua di Novara era di quelli di Volpiano, la parte al di là di Novara era dei milanesi».
Si arriva poi al luglio 2013, con il coinvolgimento della squadra mobile di Novara in un’operazione più ampia, denominata “Tutto in famiglia”, che racconta una storia piuttosto curiosa ed emblematica. Infatti, alcuni esponenti della locale di Volpiano (i fratelli Portolesi) volevano fortemente rientrare in possesso di automezzi pesanti da lavoro, confiscatigli durante il procedimento Minotauro e finiti in vendita all’asta giudiziaria. Organizzano così un’efficace rete di contatti, con l’intento di turbare l’asta e ricomprarsi i beni attraverso diversi prestanome. E in questo che c’entra Novara? C’entra eccome, perché la rete di prestanome viene organizzata dai fratelli Giuseppe e Lorenzo Di Giovanni, da tempo attivi e residenti nel nord della provincia Novarese e con un pedigree giudiziario di prim’ordine.

Che l’interesse del Novarese nell’operazioni “San Michele” riguardi solo la residenza di Giovanni Toro, come abbiamo visto soggetto chiave delle indagini, è evidente. Ma se qualcosa ci hanno insegnato i fatti di cronaca legati ai processi di colonizzazione delle mafie, è che mai la storia dei nomi, delle latitanze o delle relazioni imprenditoriali di un territorio può essere ritenuta frutto del caso, soprattutto quando si ha a che fare con una struttura criminale di matrice ‘ndranghetista, così radicalmente avvitata attorno al sodalizio familiare.

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