L’appello conferma: Marcoli era un ostacolo per le mire imprenditoriali di Gurgone

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Ettore Marcoli fu ucciso per le mire «espansionistiche e fagocitanti» di Gurgone. Ecco in estrema sintesi il contenuto delle motivazioni della sentenza d’appello, depositate pochi giorni fa, a carico di colui che è stato condannato in secondo grado come mandante omicidiario.
La Corte d’Appello di Torino ha confermato in toto la sentenza di primo grado, il cui piano probatorio è giudicato «pieno e rassicurante»: Lauretta e Cavalieri sono ritenuti attendibili, al contrario della versione di Gurgone, che, lungi dall’essere verosimile, ha confermato molti punti dell’impianto accusatorio. La ricostruzione dell’accusa risulta «l’unica possibile».

E anche il movente è «preciso e determinato», individuato dalla Corte nella «neutralizzazione di un ostacolo» agli obiettivi imprenditoriali dell’imputato, in un quadro più vasto ma non dissonante di una sua «espansione criminale nell’ambiente novarese». Un ostacolo molteplice, innanzitutto all’acquisizione della cava e delle soa (le certificazioni necessarie per partecipare ai grandi appalti pubblici, preziose soprattutto in vista dell’Expo), per le quali Gurgone e i Marcoli si erano anche seduti al tavolo delle trattative. L’obiettivo di Gurgone era quello di ridurre Ettore «in condizioni di debolezza», in modo da rendere più agevole l’acquisizione della Romentino Inerti srl, e in questo senso è stata letta la denuncia dello sversamento di rifiuti nella cava a Ernestina Magnaghi, architetto ed ex assessore del Comune di Romentino: lo scopo era quello di «ridurre il prezzo della cava». Inoltre, anche la costituzione di una società tra Ettore Marcoli, Giuseppe Martinelli e Carmine Penta «intralciava i progetti di espansione negli appalti» di Gurgone.

L’omicidio rientra quindi in un più vasto piano di affermazione imprenditoriale, da raggiungere con qualsiasi mezzo, e, forse, criminale. Il processo non ha certo provato l’appartenenza di Gurgone ad un’organizzazione malavitosa, ma ha tracciato il profilo di un 23enne di una «spiccatissima capacità criminale» e «un’alta pericolosità sociale», che vantava conoscenze con soggetti di «conosciuta fama delinquenziale». Fu Gurgone infatti a portare in cava, «perché versasse dei rifiuti», la Palamara Scavi (oltre alla Stilitano srl e la Morello, «note agli organi di polizia per indagini antimafia») di Antonino Palamara e figli. Una famiglia, quella dei Palamara, che può “vantare” un «condannato per omicidio» (Antonino), un condannato per «emissione di fatture inesistenti e violazioni delle norme sui rifiuti» (il figlio Pasquale) e un partecipante allo «storico summit della ‘ndrangheta di Montalto» del 1969 (il fratello di Antonino, Pasquale). Altri nomi che riportano ad ambienti non troppo raccomandabili sono quello della ditta Cogefar di Ravenna (l’azienda che finanziava Gurgone attraverso «l’emissione di assegni di piccolo taglio»), facente capo all’epoca dei fatti a Fabio e Francesco Russo, «indagato alla fine degli anni ’80 dalle DDA di Firenze e Palermo per reati legati a infiltrazioni mafiose in appalti fiorentini», e quello di Casoppero Cataldo (fu a lui che si rivolse il padre dell’imputato, quando questi fu arrestato per la detenzione di una pistola con matricola abrasa), il quale «frequenta pregiudicati per estorsione e omicidio ed è stato arrestato per armi e anche in indagini anti-‘ndrangheta di Milano».

Questi e altri sono i gli ingredienti di un tragico episodio che ha indubbiamente scosso l’opinione pubblica novarese e ha offerto un inquietante spaccato del “Far West” delle cave. Ancora più inquietante se si pensa che, secondo esperti e studiosi del settore, se venisse approvato il nuovo disegno di legge n. 364 in materia di cave, Novara rischierebbe di diventare letteralmente la «pattumiera lombarda» in occasione dell’Expo.

ph. Fabio Antonelli

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