Minotauro: arrivano le condanne per il maxiprocesso alla ‘ndrangheta in Piemonte

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“Minotauro” è arrivato alle sentenze. Condanne di primo grado oggi pomeriggio fissate nero su bianco per il filone processuale scaturito da una delle più imponenti operazioni antimafia mai realizzate nel Nord Italia.
“Minotauro” aveva portato nel giugno 2011 all’arresto di 142 persone e allo smantellamento di decine di “locali” di ‘ndrangheta che operavano a Torino e nel circondario, evidenziando inoltre solidi e preoccupanti legami intessuti con esponenti politici locali.
Mentre per i 72 imputati del  filone “abbreviato” la vicenda si è già chiusa con 58 condanne e con pene fino a 13 anni e sei mesi, nella giornata di ieri alla sbarra c’erano 72 imputati. Per molti di loro l’accusa è di 416 bis, ovvero “associazione a delinquere di stampo mafioso“.
La Corte, presieduta da Paola Trovati, ha reso pubblica la sentenza intorno alle 17, di fronte ad una platea gremita di imputati, avvocati, giornalisti e attivisti di Libera. Con questi ultimi anche don Luigi Ciotti, presidente della rete antimafia nazionale, costituitasi parte civile proprio all’interno del procedimento torinese.

Tra le condanne più importanti, quella inflitta a Vincenzo Argirò, ritenuto uno dei capi del “Crimine” – la struttura della ‘ndrangheta deputata prevalentemente alle azioni militari sotto esplicito coordinamento della “casa madre” calabrese – è stato condannato a 21 anni e mezzo e a 4 mila euro di multa. Salvatore De Masi, detto Giorgio, condannato a 14 anni; è l’uomo che nelle carte risulta in contatto con molti esponenti della politica torinese – tra cui spiccò fin dalle prime indiscrezioni il Democratico Mimmo Lucà – attivo in particolar modo nelle ultime elezioni comunali all’ombra della Mole.

E ancora, il discusso sindaco di Leinì, Nevio Coral, condannato a 10 anni con interdizione perpetua dai pubblici uffici  per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio. Nevio Coral, dopo un lungo potentato nella sua Leinì, riuscì a far eleggere alla carica di primo cittadino il figlio Ivano. Tutto in famiglia, fino allo scioglimento del Comune per mafia. Fu un cavillo burocratico, inoltre, a non permettere l’accettazione formale dell’ente comunale nel ruolo di parte civile al processo. Quella che in qualche modo sarebbe potuta dimostrarsi come una rivincita culturale dopo tanti anni di affarismo privato, si tradusse di fatto in poco più che un’occasione persa.
Condannato per “voto di scambio” anche Antonino Battaglia, ex segretario del Comune di Rivarolo Canavese (altro comune piemontese sciolto per mafia), ad una pena di 2 anni e 600 euro di multa con interdizione dai pubblici uffici per un anno. Battaglia secondo le carte fece da tramite tra il suo sindaco Fabrizio Bertot (Pdl) e l’imprenditore Giovanni Macrì, affinché “la rete dei calabresi” si attivasse in favore di Bertot, allora candidato alle Europee del 2009. Accordo che a Battaglia costò circa 20 mila euro al boss Catalano, incontrato in fase elettorale in quello che oggi è il Bar Italia Libera, bene confiscato e riutilizzato socialmente dalla rete antimafia. Nonostante il commissariamento e lo scioglimento del suo Comune, comunque Bertot riuscì a salire su un volo per Bruxelles, dove oggi siede da eurodeputato con tanto di spilletta del PPE.

Mattia Anzaldi

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