Storie di mafia. A cavallo del Ticino

sedriano celeste«Al fine di consentire le operazioni di risanamento delle istituzioni locali, nelle quali sono state riscontrate forme di condizionamento della vita amministrativa da parte della criminalità organizzata, il Consiglio dei ministri ha deliberato, su proposta del ministro dell’Interno, lo scioglimento dei Consigli comunali di Sedriano (Milano) e di Cirò (Crotone)». Una notizia bomba – il primo Comune lombardo della storia, a due passi dal Novarese, sciolto per mafia – resa nota nel comunicato di Palazzo Chigi del 18 ottobre che verteva in primis sulla Legge di stabilità.
Tutto partì nell’ottobre 2012, quando, su iniziativa della Procura di Milano, scattarono 20 ordinanze di custodia cautelare in carcere e una ai “domiciliari” (oltre a 2 obblighi a dimora). Ipotesi di reato a vario titolo di associazione mafiosa, corruzione, estorsione, detenzione di armi, ricettazione, riciclaggio, falso, sequestro di persona, ruotanti intorno a un presunto scambio elettorale politico-mafioso con in primo piano l’allora assessore alla Casa del Pirellone Domenico Zambetti (ora, con altri, già sotto processo, mentre per alcuni coindagati è in vista l’udienza preliminare).
Ebbene, ai “domiciliari” finì Alfredo Celeste, sindaco di Sedriano, accusato di corruzione in concorso, con le aggravanti di «aver agito al fine di agevolare e rafforzare la forza e l’attività dell’associazione mafiosa denominata “Di Grillo-Mancuso”», operativa appena oltreticino (che vedeva fra i presunti affiliati Alessandro Gugliotta, domiciliato ad Arona). Celeste, insegnante di religione, respinse fin da subito tutte le accuse, non si dimise, dopo 3 mesi tornò in libertà e riprese ad amministrare il suo Comune (di circa 11 mila abitanti). Fino appunto al 18 ottobre: da aprile scorso a luglio si era messa al lavoro una Commissione prefettizia, che ha relazionato al Viminale sulle presunte infiltrazioni criminali. Le conclusioni, lapidarie e fatte proprie dal ministro Alfano, sono state girate al Consiglio dei ministri, che ha appunto deciso di “licenziare” l’amministrazione Celeste (maggioranza targata Pdl). Ora arriverà un commissario prefettizio, fino a nuove elezioni. Intanto oggi pomeriggio (sabato) a Sedriano manifestazione “Ripuliamo Sedriano da malgoverno, illegalità, mafie”, organizzata dalla Carovana Antimafia Ovest Milano.
L’inchiesta bomba
Gli inquirenti, con la loro inchiesta, ritengono – valuteranno ovviamente comunque i giudici – di aver fornito uno spaccato molto significativo dell’operatività di due importanti articolazioni della ‘ndrangheta lombarda: la prima formata dalle più importanti famiglie originarie di Africo e di Platì (cittadine in provincia di Reggio Calabria) operanti fra Milano e hinterland, fino al Ticino, «rappresentate nell’occasione da due esponenti di spicco, D’Agostino Giuseppe alias “Zio Pino” e Costantino Eugenio», articolazione «dedita prevalentemente a inquinare e falsare i risultati delle competizioni elettorali regionali e locali a vantaggio di esponenti politici “contigui” alla medesima associazione mafiosa, in modo da determinarne l’elezione e l’assunzione di cariche istituzionali importanti, e da sottometterli, ottenendo poi dagli stessi somme di denaro, assegnazione di appalti e altri vantaggi, consentendo così alla medesima associazione mafiosa di infiltrarsi in settori decisivi delle istituzioni pubbliche e dell’economia»; la seconda articolazione, «più tradizionale», quella  facente capo «al gruppo capeggiato da Di Grillo Sabatino (“clan Di Grillo-Mancuso”), con base decisionale e operativa a Cuggiono, dedita alla perpetrazione sistematica di estorsioni e usure in danno di imprenditori e commercianti (in un caso, anche un sequestro di persona a scopo di estorsione perpetrato con modalità particolarmente violente), nonché al traffico di mezzi agricoli e industriali provento di furto, che venivano commercializzati e destinati all’esportazione in Nord Africa e nei Paesi dell’Est Europa». Tra queste due articolazioni «sono emersi numerosi punti di contatto sia sotto il profilo soggettivo, dal momento che Costantino Eugenio, Simonte Ciro e Gugliotta Alessandro partecipano attivamente e organicamente a entrambe le articolazioni, sia sotto il profilo oggettivo della intercambiabilità di tali attività».
Le accuse al sindaco
Costantino Eugenio (imprenditore, titolare di compro oro, con una figlia in Consiglio comunale a Sedriano, accusato anche di associazione mafiosa, detenzione di armi, sequestro di persona a scopo di estorsione), Scalambra Marco Silvio (influente medico e titolare di cooperative, con la moglie in Consiglio comunale sempre a Sedriano) e appunto Celeste Alfredo sono accusati di concorso in corruzione. Celeste, «operando nella sua qualità di pubblico ufficiale in quanto sindaco di Sedriano», avrebbe promesso a Costantino e a Scalambra, che agivano da presunti corruttori, di compiere «una pluralità di atti contrari ai suoi doveri d’ufficio, asservendo sistematicamente le proprie funzioni pubbliche ai loro interessi privati, come corrispettivo del sostegno elettorale e finanziario ricevuto dagli stessi Costantino e Scalambra in occasione delle consultazioni elettorali del 2009, nelle quali venne eletto sindaco, e di quello futuro assicuratogli con riferimento alle prossime elezioni politiche nazionali». Diverse le contestazioni concrete: si va da corsie preferenziali per l’apertura di un bar-gelateria agli appalti per la manutenzione di aree verdi, all’assegnazione di parte dei lavori pubblici di ampliamento e ammodernamento della piattaforma ecologica comunale ad altri lavori pubblici minori. Celeste si chiama completamente fuori. E ha anche annunciato ricorso al Tar contro il decreto di scioglimento della sua amministrazione. Intanto il pm antimafia Alessandra Dolci ha chiesto per lui la sorveglianza speciale per tre anni. Deciderà la sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Milano nell’udienza fissata il 27 novembre.
Il clan “Di Grillo-Mancuso”
Eugenio Costantino viene considerato in stretto contatto con il citato clan “Di Grillo-Mancuso”, «insediatasi ormai da anni e operativa nella zona del Magentino, compresa tra i comuni di Cuggiono, Corbetta e Magenta». Si tratta – sempre secondo la Procura di Milano – di un’articolazione «munita di tutte le caratteristiche dei gruppi mafiosi tradizionali. Di un gruppo dotato cioè di una struttura verticistica e militare, al cui capo sta Di Grillo Sabatino, dedita alla perpetrazione sistematica di  estorsioni, usure e al traffico di macchine operatrici agricole ed edili di provenienza furtiva, cioè a quella tipologia di attività predatorie, minacciose e violente, tipiche dell’arricchimento “parassitario” mafioso tradizionale». Il capo è ritenuto affiliato «alla cosca “Mancuso” originaria di Limbadi (Vibo Valentia), essendo il nipote, per parte di madre, di Mancuso Giuseppe, Diego e Pantaleone, indicati in sentenze ormai definitive quali elementi di vertice della frangia scissionista della cosca “Mancuso” di Limbadi». Secondo gli inquirenti, Di Grillo, «ormai insediato a fare data dal 2004 a Cuggiono», avrebbe esportato e riprodotto «lo schema militare della famiglia mafiosa di origine. Si è discostato dal modus operandi della “cosca madre” unicamente per quanto riguarda il traffico di droga, attività delittuosa che ha scelto deliberatamente di trascurare reputandola particolarmente rischiosa per le conseguenze giudiziarie che essa comporta». Per il resto avrebbe esportato «il modello adottato dalla originaria cosca di Limbadi».
L’asse della droga
Se qualcuno ha rinunciato al traffico di droga, ciò non vuol dire che ad esempio il tradizionale asse Milano-Novara sia stato interrotto. Altre storie di ‘ndrangheta a cavallo del Ticino, raccontate sia nell’inchiesta Zambetti, ma anche e soprattutto dall’inchiesta Infinito, scattata nel luglio 2010 con 300 arresti, e “certificate” (seppure non definitivamente) in due relativi processi, uno con il rito abbreviato concluso già in 2° grado (condanna a Rocco Coluccio), l’altro con il rito ordinario concluso solo in 1° grado (condanne a Carmine Verterame e Fabrizio Parisi). Proprio nelle motivazioni di quest’ultimo processo, giunte in estate, un episodio emblematico non tanto per i personaggi coinvolti, quanto appunto per il riscontro di due cardini della storia della criminalità organizzata importata dalla Calabria al Nord, ovvero il feudo della ‘ndrangheta di Buccinasco-Trezzano sul Naviglio (meglio conosciuto come “Platì 2”, dominato dai Barbaro-Papalia), con gli “orti” di periferia abituali ritrovi per feste e “affari”, e gli sconfinamenti in terre limitrofe. Anche verso Ovest.orti buccinasco
L’episodio rievocato dai giudici risale al 2008. Sotto osservazione dei Carabinieri tre noti soggetti, che a più riprese si incontrano con altri esponenti delle cosche. Il blitz scatta il 13 maggio: i militari di Trezzano sono appostati e osservano alcuni soggetti. Sulla base del contenuto di alcune conversazioni ambientali registrate a bordo dell’autovettura di un uomo residente a Novara, «soggetto il quale, secondo l’ipotesi investigativa, era in rapporti di collaborazione» con un altro soggetto ben noto «nell’attività di smercio delle sostanze stupefacenti», sembrava imminente «una consegna». Pertanto gli investigatori si presentarono nel parcheggio antistante un grosso centro commerciale, «individuato come luogo dell’appuntamento»: lì poterono osservare l’arrivo del novarese e dei tre presunti fornitori di droga. Si osservò la consegna, da parte di costoro, «di una borsa», riposta poi dal novarese «all’interno della propria auto». Poco dopo sia l’auto del novarese che quella di un altro soggetto «si avviarono verso Novara: giunti in città, l’auto guidata dal secondo effettuò inversione di marcia, ritornando verso Milano. I Carabinieri di Novara, allertati dai colleghi che avevano eseguito il pedinamento, intervennero presso il domicilio del novarese, ove venne rinvenuta e sequestrata la borsa poco prima prelevata in quel di Trezzano sul Naviglio, contenente circa dieci chilogrammi di hashish». Ebbene, secondo i Carabinieri, era abitudine occultare la preziosa merce presso gli “orti” di Buccinasco, tenuti («con le debite autorizzazioni») sotto controllo. Da lì partivano verso la destinazione di smercio.

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