Appello Gurgone: la difesa chiede (ancora) l’assoluzione

«nel-mirino-di-gurgone-la-cava-e-le-“soa”-per-partecipare-ai-grandi-appalti-della-expo»-6495E’ iniziato lunedì 23 settembre il processo d’appello a Francesco Gurgone, condannato in primo grado all’ergastolo come mandante dell’omicidio di Ettore Marcoli, avvenuto il 20 gennaio 2010.

Nella prima udienza il procuratore Carlo Maria Pellicano ha ricalcato le proprie argomentazioni su quelle della sentenza di primo grado, di cui ha infine chiesto la conferma. Anche le parti civili hanno sostanzialmente ribadito le proprie richieste, opponendosi alla domanda della difesa di differire al momento dell’eventuale condanna in via definitiva la provvisionale concessa a Susanna Pulici, moglie della vittima, e al figlio Lorenzo.

Ieri è stato il turno della difesa dell’imputato. L’avvocato Davide Vitali ha da subito attaccato l’impianto accusatorio, che avrebbe cucito addosso a Gurgone un vestito da «macabro arlecchino», fatto di stoffe disomogenee accostate «a caso».

La mancanza di prove decisive a supporto della colpevolezza «al di là di ogni ragionevole dubbio» è stato uno degli argomenti principali del difensore, che ha ravvisato nella sentenza di primo grado importanti vizi formali e procedurali. Oltre infatti alla lamentata “castrazione” dei diritti difensivi, riferita al diverso trattamento diseguale nell’accettazione dei testimoni di accusa e difesa, i punti critici della condanna sono stati, a suo parere, vari e fattuali.

Innanzitutto la mancanza di movente: secondo Vitali non c’è nessuna correlazione tra l’omicidio e l’acquisizione della cava o delle SOA (speciali permessi per lavorare nei grandi appalti pubblici), né Gurgone poteva ricavare alcun vantaggio dall’assassinio di Marcoli, con cui al contrario c’era un rapporto di «mutuo soccorso». Infine la pista del “gesto eclatante” e dei rapporti con ambienti criminali non starebbe in piedi: «se avesse avuto la mafia alle spalle, avrebbe potuto semplicemente acquistare cava e SOA con un’ingente offerta di denaro».

Ancora, ha continuato Vitali, il mandante di un omicidio non affiderebbe mai a uomini poco conosciuti e inesperti (Lauretta ha dichiarato di non aver mai sparato prima) un compito così grave; né avrebbe scelto di utilizzare armi da caccia, più adatte a fare rumore e a spaventare che a uccidere senza farsi notare, e di stabilire come momento opportuno la sera della riunione con gli imprenditori Martinelli e Penta: se avesse deciso la morte del solo Marcoli avrebbe potuto scegliere qualsiasi altra sera, se avesse al contrario decretato una strage (Tancredi Brezzi aveva attribuito a Gurgone la frase: «Chiunque altro ci sia deve fare la stessa fine») avrebbe fatto meglio a «comprare un mitragliatore», invece di utilizzare armi lente da ricaricare.

imagesVitali ha osservato che, al momento della fuga, Ettore Marcoli era ancora vivo: «che spietato killer è chi manca la vittima al primo colpo da due metri di distanza e non colpisce a morte al secondo?». La verità, secondo la difesa, è che Lauretta non doveva e non voleva uccidere. Il primo colpo l’ha esploso «a casaccio» (espressione estrapolata da una delle prime dichiarazioni di Lauretta), perché gli «andava di sparare» (secondo quanto ha riferito Gurgone) e il secondo è partito per sbaglio.

Secondo la ricostruzione dell’imputato, inoltre, l’intento del commando era quello di intimare a Penta, che poi non si è presentato all’incontro, il saldo di un debito nei confronti di Martinelli. Lauretta e gli altri si sarebbero offerti spontaneamente di aiutarlo e avrebbero deciso di portare con sé due fucili «per fare scena», con l’approvazione di Gurgone: «Fate quello che volete». Per questo, secondo Vitali, se un mandato c’è stato, non è stato certo omicidiario e quindi non ci sarebbe in ogni caso la premeditazione, ma solo un «concorso anomalo». Concorso anomalo che costituisce quindi la seconda richiesta della difesa, subordinata all’assoluzione.
Qualunque sia la scelta della Corte, infine, l’avvocato ha chiesto il riconoscimento delle attenuanti: Gurgone ha sì molti precedenti, ma è un giovane con due figli che meriterebbe, se ritenuto colpevole, rieducazione e non una pena esemplare.

All’arringa difensiva potranno rispondere pm e parti civili lunedì 30 e giovedì 10 ottobre, quando, concluso il dibattimento, la Corte si ritirerà in camera di consiglio per emettere la sentenza.

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