Dai tabù al coraggio la sfida dei partiti

È tempo di feste per i partiti che, tra un panino con la salamella e un buon bicchiere di vino, non rinunciano a masticare anche i bocconi amari, certamente più complicati da digerire. Polpette avvelenate che il nostro Paese ha sullo stomaco da centocinquant’anni, come solo la mafia può rappresentare. Esistono organi deputati alla lotta alle mafie, la magistratura e le forze dell’ordine, lo stomaco e l’intestino dello stato, ma col tempo abbiamo imparato che le mafie sono una terribile malattia psicosomatica. Per debellare questo virus occorre, però, cominciare dal cervello, l’organo di comando dell’intero organismo; lo Stato, appunto. E chi rappresenta il cervello nel nostro Paese? Ce lo insegna l’art. 1 della Costituzione: il popolo. In teoria, infatti, la sovranità spetta al popolo, nelle forme della Costituzione: l’esercizio dei diritti fondamentali e la delega del potere sovrano al Parlamento, passando per i partiti. Ai politici spettano, per scelta dei cittadini, maggiori poteri, ma anche, le maggiori responsabilità. Le mafie, è ormai un assioma, non possono esistere senza politica, ma può e deve esistere una politica senza mafie. Già di per sé l’accostamento è insensato! L’una riceve legittimazione dal consenso, le altre dalla sottomissione violenta.

La politica, perciò, non solo non ha bisogno delle mafie, ma deve contrastarle innanzitutto per difendere se stessa e ciò che rappresenta: è inevitabile, il contrasto alla criminalità organizzata deve essere un punto centrale nel programma di ogni partito. Pd e Sel novaresi, con la loro scelta di affrontare i temi della criminalità e della corruzione anche nell’ambito delle rispettive feste si partito, hanno rimarcato un grande impegno che non si può fermare qui. Occorre passare dalle parole ai fatti, dai partiti alle amministrazioni; abbiamo bisogno di amministratori competenti, che sappiano che cosa sono le mafie oggi, ma soprattutto quali sono i reali rischi per le piccole reatà territoriali, quelle più a rischio. La storia recente insegna che questi rischi sono più che mai concreti, basti citare Leinì, Rivarolo, Bordighera e Ventimiglia.

Occorre quindi ricordare l’importanza della formazione, a un anno e mezzo dall’impegno che assunsero tutti i candidati per le elezioni amministrative di Novara. I papabili sindaco, piuttosto che consiglieri, accettarono di rispondere ai quesiti della piattaforma L–10, dichiarando di condividere la necessità di «un piano sulla formazione permanente di amministratori, dirigenti e funzionari del comune di Novara sui temi della prevenzione e del contrasto alle varie forme di criminalità e di illegalità». Nell’attesa che il Comune di Novara “dia il buon esempio”, tramutando in sostanza quanto affermato in campagna elettorale, Libera Novara, da parte sua, si impegna a offrire nuove occasioni di apprendimento agli amministratori e ai dipendenti delle istituzioni locali.

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