Sentenza Dell’Utri: “Patto con la mafia, il Cavaliere pagava”

imagesÈ l’eterno convitato di pietra di un processo infinito, in cui formalmente non è mai stato imputato: ora, alla vigilia della sua possibile estromissione dal Parlamento per altri guai giudiziari, Silvio Berlusconi incassa l’ennesima serie di giudizi pesanti e taglienti sui suoi rapporti con la mafia. Con la quale avrebbe stretto un vero e proprio patto andato avanti per circa un ventennio, dal 1974 al 1992, senza mai smettere di pagare la protezione, che i boss siciliani gli avrebbero assicurato per il tramite del suo amico Marcello Dell’Utri, e rafforzando con i suoi soldi l’associazione mafiosa.
È proprio l’ex senatore del Pdl Dell’Utri, il personaggio al centro del processo: e le motivazioni della sentenza, rese note ieri, spiegano la condanna a sette anni, per concorso in associazione mafiosa, del cofondatore, assieme al Cavaliere, di Forza Italia. Il processo è “di rinvio” dalla Cassazione, che aveva annullato una precedente condanna e ora la terza sezione della Corte d’appello di Palermo, presieduta da Raimondo Loforti, a latere Mario Conte, ha depositato 471 pagine scritte dal consigliere Daniela Troja. Con le quali si ribadisce il concetto di un Dell’Utri mediatore e di un Berlusconi vittima si fa per dire, perché  sarebbe stato un imprenditore «mai sfiorato» dall’idea «di farsi proteggere dai rimedi istituzionali» e pronto a stare «sotto l’ombrello di protezione mafiosa».

Il patto sarebbe stato stipulato nel 1974, con una riunione tra il Cavaliere, i boss mafiosi Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Gaetano Cinà, Francesco Di Carlo, il fido Dell’Utri e il “protettore” Vittorio Mangano, uno pseudostalliere pluripregiudicato spedito ad Arcore per evitare i rischi dei sequestri dei figli dell’ “imprenditore milanese”. Silvio-Berlusconi2E quell’incontro, scrive il giudice Troja, «segna l’inizio del patto che legherà Berlusconi, Dell’Utri e Cosa nostra fino al 1992». Cosa che all’associazione mafiosa consentì «di mantenere e rafforzare il potere economico ed anche il prestigio, tramite il contatto con un imprenditore dell’importanza di Silvio Berlusconi». L’imputato sarebbe stato protagonista di una «sinergia mai cessata» con l’organizzazione criminale e con i suoi principali esponenti, come Bontate, Teresi, Mangano e Cinà, suo coimputato, morto nel 2006, uno dei mediatori subentrati allo stalliere. Nel 1987 sarebbe pure andato, Dell’Utri, a chiedere un prestito da 20 miliardi a un banchiere, Giovanni Scilabra, in compagnia di Vito Ciancimino. E intanto il denaro di Berlusconi (raddoppiato su ordine di Totò Riina) arrivò alla mafia senza soluzione di continuità, con una media di 200 milioni delle vecchie lire all’anno. Dell’Utri, che nel tempo e fino al 1998, pur essendo allora senatore, ha intrattenuto rapporti con una serie di mafiosi (rapporti che, osservano i giudici, non sono «solo moralmente riprovevoli») sarebbe passato, dopo gli omicidi di Bontate e Teresi e l’allontanamento di Mangano, sotto la “protezione” di Riina, che riteneva di poter agganciare Craxi attraverso il Cavaliere. Berlusconi, “estorto che riceveva protezione”, Dell’Utri “mediatore tra l’imprenditore e la mafia”, facevano gli interessi di Cosa nostra, «soggetto anti-Stato che, promettendo tutela e protezione all’imprenditore milanese, era riuscita ad assicurarsi per circa un ventennio ingenti profitti, in tal modo rafforzando il proprio potere». Berlusconi ha sempre preferito pagare la criminalità, scrivono i giudici citando una conversazione fra il Cavaliere e l’amico Renato Della Valle: “Ma su, per trenta milioni…”. Smentito un Giovanni Brusca considerato inaffidabile, rimane fuori da tutto il processo la questione del “dopo ‘92”, dei presunti rapporti tra il partito fondato da Dell’Utri e Berlusconi e la mafia: rapporti che non ci furono, avevano stabilito altri giudici di appello nel 2010.

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