Trent’anni: è tempo di verità

imagesSono passati trent’anni da quel 26 giugno 1983, giorno in cui fu assassinato Bruno Caccia, Procuratore Capo della Repubblica di Torino, una delle prime vittime delle mafie al nord. Eppure, in special modo ai più giovani, questo nome dice poco; si parla di una storia lotana, di anni in cui molti erano gli avvenimenti di sangue dovuti al terrorismo e alla criminalità. Ciò non toglie che la figura di Bruno Caccia resta fondamentale per comprendere cosa significa lottare contro le mafie, soprattutto per il Settentrione. La ‘Ndrangheta, già nell’83, era presente sul territorio piemontese e già allora era abbastanza forte da arrivare ad uccidere un Procuratore , perché onesto e incorruttibile, una figura scomoda a molti. La famiglia Caccia ha partecipato, come ogni anno, alle celebrazioni dell’anniversario dell’omicidio. Quest’anno, però, lo ha fatto con un altro spirito e una richiesta: «Alla Città di Torinoe al Palazzo di Giustizia abbiamo chiesto esplicitamente che le celebrazioni in ricordo di nostro padre – queste le parole di Paola Caccia – mettessero in luce non solo la sua persona, ma anche il suo lavoro, le sue inchieste che ancora attendono risposte ».

Una richiesta formulata apertamente con una lettera, che il procuratore Gian Carlo Caselli ha letto all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Molti sono i dubbi della famiglia; nonostante la sentenzadefinitiva che condanna Domenico Belfiore, boss della ‘ndrangheta di Torino, come mandante dell’omicidio. Quella giudiziaria, per la famiglia è una verità parziale. «Siamo convinti che nelle sentenze di Milano non sia stato esaminato e approfonditotutto il materiale», prosegue Paola Caccia. I giudici, per il loro lavoro, devono attenersi alle prove raccolte e su queste basare una sentenza,ma molti sono gli elementi emersi dagli atti, non solo rispetto a questo processo.

Rilevanti sono i collegamenti del clan dei Calabresi con i Catanesi guidati dai fratelli Miano (la collaborazione di Francesco Miano ha permesso di attribuire l’omicidio Caccia a Domenico Belfiore) e con altri personaggi della città come l’affarista Gianfranco Gonella, notato spesso al bar Monique, sotto gli uffici della Procura di Torino, che apparteneva alla sua convivente. Gonella, che gestiva la partefinanziare dei Belfiore, inizia ad interessarsi delle loro vicende giudiziarie «mediante la richieste di consiglio e di aiuto ai magistrati suoi conoscenti ». Queste le parole di Francesco Miano. Nel caso Caccia iniziano così a sovrapporsi alle organizzazioni criminali altre vicende, che coinvolgono personaggi delle istituzioni e della politica; molte erano infatti le indagini che la Procura portava avanti su truffe e corruzione (il caso Petroli e la “prima tangentopoli” italiana). C’è da chiedersi quale sia l’altra verità, quella che non emerge dalle sentenze, ma che trapela dalla storia di altre personaggi.

In questo anniversario non vogliamo solo ricordare chi fosse e cosa rappresenta ancora Bruno Caccia, guida morale di tanti altri magistrati che hanno lavorato con lui, ma vogliamo unirci alla famiglia Caccia per chiedere quella verità e quella giustizia che molte volte, nel nostro Paese, su fatti della nostra storia, si fatica ad ottenere.

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