La mafia conquista Roma. Sul litorale l’impero dei clan

Questa è la storia della mafia che non c’è. Anzi che fino a ieri non esisteva. Perché fino a ieri, Roma caput mundi era, per la giustizia italiana, terra «immacolata», dove la mafia non esiste, non è scritta in nessuna sentenza della Cassazione.

È vero, in questi anni abbiamo scritto della mafia, della ’ndrangheta e della camorra che nella capitale investivano i loro profitti criminali. Nella preistoria di Cosa nostra, quella raccontata dai Tommaso Buscetta, a Roma c’era anche una «decina» (tra i suoi membri, Pippo Calò). Preistoria, appunto. C’è stata anche la Banda della Magliana, una idrovora criminale che aveva assorbito dalle sorelle maggiori la spregiudicatezza e la diplomazia negli affari.

E invece oggi scopriamo che la mafia «autoctona» esiste. Eccome. Ed è diventata una conoscenza pubblica grazie a due «palermitani» , il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, e il capo della Mobile, Renato Cortese, (anche se quest’ultimo è palermitano di adozione professionale), arrivati a Roma da poco più di un anno.

E questa è la storia di una città sul mare, anche se si tratta di una circoscrizione della capitale, Ostia, dove due clan in sostanza sono cresciuti, si sono sviluppati e hanno trasformato le strade, gli stabilimenti balneari, le pizzerie, in un Far West. Due clan, il clan Fasciani, nato e cresciuto nell’antico porto dell’Impero che fu, che qualche aggancio con Roma nel senso di territorio, l’aveva, e che è come si fosse sviluppato senza radici e derivazioni con fratelli e sorelle della grande famiglia criminale.

Però che strano. Senza radici eppure mafioso nel suo dna, il clan Fasciani. Due passaggi di una intercettazione di un interrogatorio di un pentito dai quali si respira la «paura» e il «rispetto» del clan. Manca solo l’«omertà» per chiudere il cerchio. Allora Carmine Fasciani, il capo, è ricoverato in detenzione ospedaliera. Parla con due parenti che raccontano che un gruppo di rapinatori «non ha reagito ad uno sgarro compiuto da Luciano Bitti solo per rispetto di Carmine Fasciani. Il pertinente commento di Carmine Fasciani è la constatazione:«so’ loro che c’hanno paura”».

Il pentito Sebastiano Cassia racconta delle estorsioni e poi dell’usura fino a rilevare l’attività commerciale, il pm gli chiede se i Fasciani gli avessero mai chiesto di fare minacce in modo esplicito. Naturalmente la risposta è positiva: «Di fargli del male, fargli del male significa, che ne so “spezzagli una gamba” non significa ammazzarlo, “spaccagli un braccio” “pistalo di botte”, “dagli fuoco al negozio”; quello è alla fine, perché qui non è una questione di soldi, è una questione di credibilità poi perché se non gli fanno niente, alla fine tutti quanti possono fare così, che non gli pagano niente». E mica fa una piega, il ragionamento di Cassia.

Oltre 50 arresti. Due clan decapitati. L’altro, dopo quello dei Fasciani, è un clan che sa di Cosa nostra, di vera e vecchia mafia di un tempo. È quella che fa riferimento ai fratelli Vito e Vincenzo Triassi, famiglia di Siculiana, provincia di Agrigento, cosca Caruana-Contrera, traffico di droga, armi, estorsioni, appalti, concessioni. In questo schieramento, ma con un ruolo più defilato nel senso che ha svolto una importante funzione di «garante», Ciccio Francesco D’Agati, fratello di quel Giovanni che è capo del mandamento di Villabate di Cosa nostra.

Classica storia di «colonizzazione» di un territorio, Ostia. Nel settembre del 2007, però Vito Triassi subisce un attentato per contrasti sul controllo delle spiagge di Ostia. Una ventina di attentati, sparatorie, incendi hanno segnato la guerra di mafia ad Ostia. E anche agguati. Alla fine, la pax è costata ai Triassi l’uscita di scena dal territorio di Ostia, se non per il traffico di armi.

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