Di Giovanni, un nome chiave.

«Vi dico solo questo: quando è stata rifatta l’autostrada Torino-Milano, la parte al di qua di Novara era di quelli di Volpiano, la parte al di là di Novara era dei milanesi». Parole di Rocco Marando, ex affiliato al clan ‘ndranghetista di Volpiano, ora pentito chiave del processo Minotauro. Novara veniva così disegnata all’intero dell’aula bunker delle Vallette come il baluardo criminale oltre cui non sporgersi: al di là c’è la “Lombardia”, la più estesa e organizzata filiale ‘ndranghetista del Nord.
Ma c’è un uomo nel Novarese che non teme confini e, dove possibile, mette d’accordo tutti in affari. Quell’uomo è Giuseppe Di Giovanni, arrivato nel Novarese dopo l’omicidio del padre Ignazio, avvenuto a Palermo per mano mafiosa nel 1977. Per quella vicenda vennero condannati all’ergastolo i due super boss Leoluca Bagarella e Giuseppe Agrigento, grazie alla testimonianza di Giovanni Brusca.
“Pino” Di Giovanni è appena caduto nelle maglie dell’operazione “Tutto in famiglia” (si veda articolo in altra parte della pagina) insieme al fratello Lorenzo , per aver organizzato – secondo gli inquirenti – la rete di contatti necessaria ad attrezzare la turbativa d’asta.
Il fratello Lorenzo, residente a Prato Sesia, era ultimamente in regime di libertà condizionata, dopo esser stato condannato all’ergastolo nel 1996 per l’omicidio di Bruno Caldara, un corriere della droga.
Giuseppe invece ha passato gli ultimi mesi destreggiandosi tra la condanna in primo grado a 3 anni imputatagli per usura dalla Procura di Novara e gli arresti dell’operazione “Ghost Truck” della Procura di Viterbo, che lo vedono imputato per aver concorso all’organizzazione delle frodi assicurative.
Un nome, quello di Pino Di Giovanni, che nel luglio del 2010 entra anche nelle carte dell’operazione antimafia “Crimine-Infinito”, della Dda di Milano. Un citazione, non una imputazione, ma che ben racconta dei suoi contatti con alcuni presunti esponenti della mala nel Novarese, come Carmine Verterame e Fabrizio Parisi, condannati in primo grado e ritenuti contigui alla “locale” ‘ndranghetista di Erba. Con loro Giuseppe Di Giovanni tratta del pagamento del “fiore”, la tassa interna all’organizzazione mafiosa finalizzata al sostentamento dei familiari degli affiliati in carcere.
L’operazione “Tutto in famiglia” testimonierebbe (se confermata in giudizio) così ancora una volta la capacità di Giuseppe Di Giovanni di figurare come tramite rispettato di relazioni e affari. Un nome riconosciuto come di casa nel “confine” novarese.

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