Beni confiscati ricomprati all’asta

«Ascolta c’è un carissimo amico nostro che ha avuto un problema Gli hanno sequestrato i camion, Pietro Portolesi, che lo conosci, te l’ho fatto conoscere comunque tempo fa. Questo ha 8 quattro assi, 2 stradali e 2 ruspe che dovrebberoandare all’asta…». Il sospetto È una telefonata intercettata che sa di alleanza mafiosa. A parlare è Giuseppe Di Giovanni, imprenditore novarese condannato di recente per usura. Il fratello Lorenzo ha due omicidi sulle spalle. Il loro padre, Ignazio fu ucciso da Cosa Nostra nel 1977. L’amico nei guai è Piero Portolesi. Arrestato nel 2011 nell’ambito dell’operazione Minotauro contro le infiltrazioni della ’ndrangheta nel torinese come esponente del «locale di Volpiano», ha patteggiato una pena a 7 anni e 4 mesi di reclusione. Dopo la sentenza, il tribunale ha avviato le procedure per la vendita all’asta dei beni sequestrati. Gli «amici» novaresi, originari di palermo, sfiorati in altre indagini dal sospetto di avere legami con la «Stidda», intervengono in suo aiuto per restituirgli i veicoli finiti all’asta nell’autunno 2012 per un valore di circa 200mila euro.

Le ordinanze
Ieri mattina sono state eseguite sette ordinanze di custodia cautelare in carcere, con le accuse di turbativa d’asta aggravata dalle modalità mafiose e intestazione fittizia di beni. L’ordinanza è stata firmata dal gip Giuseppe Salerno, a conclusione delle indagini coordinate dai pm torinesi Roberto Sparagna e Monica Abbatecola.

In carcere
In manette i fratelli Lorenzo e Giuseppe Di Giovanni, Pietro e Vincenzo Portolesi. Arrestati anche i ritenuti «prestanome» che hanno collaborato alle intestazioni fittizie: Antonio Pizzata, incensurato giovane nipote dei Portolesi residente a Trecate, e due imprenditori bresciani. Cinque soggetti, interessati all’aggiudicazione, erano stati convinti a recedere dall’asta in cambio di denaro. L’azienda bresciana, dopo essersi aggiudicata la gara, voltura i mezzi alla società Medi Opere, «creata come schermo giuridico – scrive il gip – per consentire il rientro dei beni nella effettiva disponibilità dei Portolesi». Un gioco. «Gli affiliati della `ndrangheta non sono “rozzi pastori” ma persone che utilizzano conoscenze tecnicogiuridiche piuttosto raffinate» dice il procuratore capo Gian Carlo Caselli. Pizzata, secondo le indagini, viene fatto venire su dalla Calabria appositamente per essere nominato amministratore della nuova società.

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