Novara possibile baluardo dell’acqua pubblica, ma manca “l’irrilevanza economica”

Con la modifica statutaria «Acqua bene comune dell’umanità», il Consiglio Comunale del 20 giugno ha portato a compimento un percorso iniziato più di un anno fa, con la deliberazione consigliare del 16 aprile 2012, presentata dal consigliere Alfredo Reali(Sel).
È stata di parola l’amministrazione che, come ci ha spiegato l’anno scorso l’assessore all’Ambiente Giulio Rigotti, aveva assunto l’impegno di introdurre nello Statuto Comunale gli elementi essenziali di quella mozione.
Ma veniamo a noi: al punto 9 della piattaforma L10 chiediamo «che il servizio di erogazione dell’acqua rimanga pubblico» e che nello statuto del Comune «si definisca l’acqua come bene privo di rilevanza economica».
Per quanto riguarda la prima richiesta, sappiamo che la proprietà e la gestione della rete idrica, così come quella del servizio di erogazione, fanno capo alla Acqua Novara.VCO, una società per azioni a capitale completamente pubblico.
Nello Statuto invece nessun accenno alla valutazione economica, nonostante la mozione del consigliere Reali definisse il servizio idrico integrato «privo di rilevanza economica» e, come tale, «non soggetto alla disciplina della concorrenza».

Allora la nostra proposta non è stata accolta? Non è così semplice. Abbiamo, infatti, incontrato Maria Angela Danzì (foto), Segretario Generale del Comune di Novara, che ci ha aiutati a comprendere la decisione dell’amministrazione e, più in generale, a riflettere sugli scenari passati, presenti e futuri del Servizio Idrico Integrato.

Come ci ha spiegato il Segretario Danzì, l’«irrilevanza economica» è un escamotage che serviva a sottrarre la gestione del servizio alle regole comunitarie in materia di concorrenza e quindi a evitare l’assegnazione tramite gara pubblica, permettendo così l’affidamento diretto a società patrimoniali a capitale totalmente pubblico.
Tuttavia, a seguito della sentenza 199/2012 della Corte Costituzionale, questo espediente non ha più senso, in quanto viene meno la differenza tra servizi pubblici a rilevanza economica e quelli privi di rilevanza economica. Spetta quindi agli enti locali scegliere, in qualità di vere e proprie Autorità di regolazione, le modalità di gestione dei servizi attraverso l’esercizio della propria potestà regolamentare. Essi, infatti, possono ricorrere sia a società patrimoniali, a partecipazione privata, pubblica o mista, sia ad aziende speciali di diritto pubblico.

In ogni caso – secondo Danzì – è impensabile definire priva di rilevanza economica un’attività con costi e utili condotta da una S.p.a.; al contrario, una delle battaglie odierne potrebbe essere quella di ottenere la mancanza di scopo lucrativo, il che implica il reinvestimento nel servizio della totalità dei dividendi.

La sentenza sopra richiamata dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 della Manovra-bis del governo Monti, di nome un «adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dall’Unione Europea», di fatto un tentativo di ripristinare la situazione precedente alla consultazione popolare. L’ultimo atto, questo, di un processo normativo mutevole e contorto che ha avuto come unica costante una decisa spinta verso la privatizzazione del servizio, iniziata nel 1990 e acuita dagli anni Duemila.

Di segno diametralmente opposto è la modifica approvata all’unanimità dall’ultimo Consiglio Comunale. Come ci ha spiegato Danzì, infatti, viene inserito un nuovo comma all’art. 1 che rafforza un già esistente riconoscimento del «diritto umano all’acqua». Una modifica quella del primo articolo, di cui «si può essere soddisfatti – aggiunge il Segretario – in quanto rafforza uno dei migliori statuti italiani».

Sempre nel nuovo comma, viene ribadito il principio di pubblicità delle reti, oltre alla definizione di «interesse generale» del servizio idrico integrato e l’universalità d’accesso a tutti i cittadini. Privatizzare a Novara sarebbe quindi impossibile, a meno di eliminare questa norma dai «Principi Generali» dello Statuto.
I veri problemi sorgono per le società miste pubbliche e private, molte delle quali addirittura quotate in borsa, come ad esempio l’Iren a Genova, dove oltretutto lo Statuto comunale prevede l’irrilevanza economica del servizio – concetto questo non troppo amico dei piazzisti.
In questi casi tornare a una gestione completamente pubblica è davvero complicato, sia che il pubblico sottragga al capitale sociale le infrastrutture sia che estrometta, acquistandole, le partecipazioni private. Nel primo caso la rete idrica tornerebbe a essere pubblica, ma l’Ente perderebbe parte consistente della propria quota e, con essa, potere decisionale; la seconda soluzione è impraticabile perché, essendo le società patrimoniali soggette a tassazione tramite imposta Iva degli utili, il pubblico si troverebbe ad affrontare costi insostenibili.

Solo un intervento del legislatore statale può risolvere l’impasse: «Serve una riforma organica che ripensi l’impresa pubblica – specifica il Segretario Generale – non solo per quanto riguarda il SII, ma per tutti i servizi di area vasta (un’area di dimensione sovraprovinciale che unisce comuni motivati, per caratteristiche e interessi convergenti, a fare sistema), come i rifiuti, i trasporti e l’energia».
Lo Stato dovrebbe prevedere standard minimi uguali per tutti e uniformare le modalità di gestione dei servizi, in questo momento affidate alle Regioni, che infatti hanno optato per livelli organizzativi molto diversi tra loro, da quello consorziale a quello regionale unico. E nel momento in cui da più parti si chiede l’abolizione delle Province, il Segretario Danzì trova in questi discussi Enti quello che fino all’anno scorso si chiamava l’«Ambito territoriale ottimale», cioè la porzione di territorio geograficamente e istituzionalmente più adatta a occuparsi dei servizi di area vasta.
Indipendentemente dall’elezione diretta o indiretta dei rappresentanti infatti «le Province costituirebbero luoghi decisionali più vicini ai cittadini di quanto non siano i Consorzi o le Conferenze – precisa Danzì – e assicurerebbero, con funzionari specializzati in materia, una maggiore competenza tecnica di quella apportata dai dirigenti dei piccoli Comuni». Una delle possibili soluzioni in un futuro quanto mai incerto dal punto di vista sia politico sia economico.

Ryan Jessie Coretta

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