Cominciamo dai beni confiscati?

Simboli al potere. È questo il titolo di uno degli ultimi libri di Gustavo Zagrebelski. “Il simbolo è tale se induce a un percorso, cioè se mette in movimento energie spirituali. Il simbolo non promuove conoscenza descrittiva, dunque passiva, ma fervore elaborativo, dunque attivo. Il simbolo si radica in ciò di cui si fa esperienza, dunque nel passato, ma si rivolge al futuro”.

Essi sono l’essenza, nella storia, di qualcosa che è stato e che vale la pena ricordare, ma anche di qualcosa che ancora non è e che vorremmo realizzare. Pensiamo, ad esempio, al significato che può assumere una bandiera o un vessillo per un intero popolo.

È in questo solco di ragionamento che dobbiamo collocare le riflessioni sui beni confiscati: non si tratta solamente di un ragionamento economico (mi conviene o non mi conviene, lo vendo o lo affitto), ma di una finestra dalla quale guardare all’Italia del futuro che dobbiamo ancora costruire, nella quale, speriamo, non ci sia spazio per le mafie.

Un bene confiscato alle mafie e riutilizzato socialmente, che porta alla collettività “cose buone”, è un successo delle Istituzioni e della società civile migliori, ma soprattutto la prefigurazione del mondo che vorremmo. È questa la vera sfida. È per questo che dobbiamo occuparcene subito e bene “perché si muore”.

Nella nostra provincia ce ne sono due: il noto castello di Miasino, confiscato a Pasquale Galasso e un piccolo appartamento a Borgomanero. Su entrambi c’è tutto da fare. Noi siamo disposti ad attivare le energie migliori della società civile perché emergano delle progettualità, ma da soli non possiamo nulla. Serve anche la volontà e lo sforzo delle istituzioni.

Cominciamo da qui?

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