Quel castello di camorra che nessuno vuole

Miasino –  Ennesima fumata nera per il destino del Castello di Miasino: bene confiscato alla mafia nel 2009 ma ancora nella disponibilità dei parenti dell’ex  boss di Camorra Pasquale Galasso.

Eppure quel castello è “cosa nostra” non “loro”. Lo ha ribadito anche il Tribunale di Napoli a febbraio rigettando un ricorso della famiglia Galasso. Peccato però che nessuno abbia il “coraggio” di prendersi in carico il destino del castello. E come il Castello di Miasino, analogo destino spetta all’altro bene novarese confiscato alla mafia: anche la Torretta di Borgomanero (per ora) rimane com’è senza alcuna prospettiva di riutilizzo sociale. Ma almeno per quanto riguarda la Torretta non c’è nessuna famiglia criminale coinvolta. È un bene abbandonato: il mancato interessamento delle istituzioni comporta solo un “congelamento” dello stato dell’arte. Vuoto e abbandonato è; vuoto e abbandonato rimane. Da parte sua il sindaco Anna Tinivella conferma che «il Comune non ha le risorse per entrare in possesso dell’immobile perchè gravata da un’onerosa ipoteca. La Torretta è carina ma non sapremmo neanche cosa farcene: abbiamo chiesto anche al Fai (il fondo ambientale italiano: ndr) ma ci hanno risposto che loro gestiscono solo beni che vengono donati. Purtroppo non ci possiamo fare carico di questa situazione.»

Ma per Miasino la questione è molto diversa perchè la famiglia Galasso ancora gestisce la struttura e continua a ricavarne dei soldi. E nel frattempo, peraltro, continua a pagare regolarmente le tasse al Comune. Pure con l’Imu dimezzata perchè si tratta di residenza storica…

Nel frattempo, quindi, la famiglia Galasso ringrazia. Una situazione paradossale che dimostra come sia ancora esteso il mare che separa “il dire” e il “fare” in tema di antimafia.

Si allontana ancora di più il giorno in cui le istituzioni (che rappresentano la “gente”, ovvero tutti noi) potranno tornare in possesso di quanto è stato loro sottratto dalla criminalità organizzata. Ad oggi infatti non ci sono istituzioni intenzionate a prendersi in carico nè il Castello di Miasino e nemmeno la Torretta di Borgomanero.

È notizia di questi giorni che l’Agenzia governativa che si occupa di tutti i beni confiscati abbia interpellato Provincia di Novara e Regione Piemonte per chiedere di esprimere un interessamento sull’utilizzo eventuale di quei beni. La Provincia di Novara ha detto no: lo ha fatto con una delibera di giunta agli inizi di settembre. La Regione, a quanto si sa, starebbe ancora valutando la situazione.«Abbiamo risposto negativamente all’Agenzia per una serie di motivi – spiega l’assessore provinciale Anna Maria Mariani – Primo, l’interesse sul bene dovrebbe essere legato ad un progetto di riutilizzo, con la relativa copertura economica. Sul castello invece non avevamo alcun tipo di progetto. Secondo: farsi carico di quell’immobile vuol dire farsi carico anche dei costi di manutenzione. E come tutti sanno le risorse degli enti locali sono sempre più scarse e non ci permettono, oggi, di poterci accollare un impegno del genere. Terzo: siamo un ente destinato a morire e non possiamo impegnarci in un progetto oneroso e di lunga durata. Quarto: sull’immobile c’è un’ipoteca di 3 milioni. Un gravame ulteriore che ci impedisce di considerare realisticamente  percorribile la strada dell’affidamento. Piuttosto noi come Province siamo chiamati ad una politica inversa: di alienazione dei nostri beni. Lo faremo anche con le case Cantoniere: le risorse sono davvero scarse per pensare che la Provincia possa gestire quella che non è certo una “casettina” ma un castello di 1.700 metri quadri, con 41 mila metri quadri di parco».

Grazie, ma non ci interessa. Punto e a capo. Analoga posizione per il Comune di Miasino che peraltro non avrebbe la “forza” di prendersi in carico un bene di tale valore. «Una volta provammo anche a coinvolgere tutti i sindaci della sponda del lago – dice il sindaco Dario Silvetti – ma neanche così avremmo avuto la forza di gestire il castello. Noi come Comune non potremmo mai farcene carico».Nel frattempo, parole di sindaco, «meno male che l’attività lì dentro continua così evitiamo il decadimento della struttura». E aggiunge che con “loro” i «rapporti sono normali come con qualsiasi altra struttura: prima avevamo una convenzione per i matrimoni civili ma da due anni l’abbiamo interrotta. Pagano le tasse regolarmente, per quello che so». E per il futuro? «Come finirà la vicenda ? – dice – Solo Dio lo saprà».

Il caso del Castello di Miasino è emblematico della difficoltà di attuare davvero politiche di antimafia e di riscatto sociale: e nel frattempo quel gioiello resta nella disponibilità di quei soggetti che invece dovrebbero essere cacciati. L’ex prefetto di Novara Giuseppe Amelio qualche mese fa era stato chiaro: era necessario che quell’immobile tornasse nelle mani della collettività, anche con l’suo di un’azione coercitiva. Marco Baldino, attuale vice prefetto spiega che «tutto dipende dall’enorme distanza che c’è tra il valore e la bellezza del castello e la piccolezza dell’ente di riferimento: magari con il riordino delle Province e l’accorpamento tra Novara e Vco ci sarà la giusta forza per concretizzare quello che è un percorso indispensabile. Purtroppo anche la crisi arriva a creare qualche ulteriore difficoltà. Non è un passaggio facile ma noi speriamo in bene. Perchè va ribadito il valore simbolico e sociale del suo riutilizzo come contrappasso istituzionale. Ma serve una gestione sostenibile che dati i chiari di luna degli enti locali possa stare in piedi con le proprie forze».

Eppure il “modello” per il futuro lo si può copiare dalla loro attuale attività. In primis serve un ente (una marcia indietro della Provincia? un sì della Regione?)  che tiri le fila di tutto la partita. Poi basterebbe trovare qualcuno interessato a lavorare (non dovrebbe essere difficile dato il momento…). Magari coinvolgendo chi esce dagli istituti alberghieri. O chi lavora nel turismo sostenibile. Magari creando una cooperativa orientata fortemente sul sociale. Ma si diceva che tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare.

Paolo Romeo

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