La tesi della difesa: “Ettore Marcoli ucciso per errore”


Secondo i pm Gurgone è il mandante di un omicidio, o meglio di una strage, secondo gli avvocati difensori Ruffier e Vitali il loro assistito ha solo acconsentito a un’azione intimidatoria, degenerata in un tragico omicidio pensato ed eseguito solo ed esclusivamente da Lauretta.
L’udienza di giovedì scorso era dedicata all’arringa difensiva. Prima dell’avv. Ruffier, peró, è stato lo stesso Gurgone a voler rilasciare dichiarazioni spontanee: “Vi racconto la mia giornata del 20 gennaio”. Sarebbe tutto nato la mattina del 20 gennaio da una richiesta dell’imprenditore Martinelli, il quale, creditore del collega Penta, avrebbe chiesto all’imputato di fare qualcosa, “Martinelli era convinto che Penta avesse paura di me, in quanto in passato gli avevo chiesto di rientrare [da un debito, ndr] e lui l’aveva fatto”. Lauretta, ascoltata la conversazione avrebbe proposto di andare a spaventarlo portando con sé il fucile a pompa, (diverso da quello che invece fu poi usato nell’agguato) particolare sottovalutato da Gurgone: “Pensavo fosse uno scherzo, erano abituati a toccare le armi”, che svrebbe semplicemente detto: “fate quello che volete”. Gurgone ha dichiarato poi di non avere visto né i passamontagna, né l’altro fucile e ha smentito di aver festeggiato con gli altri l’omicidio al ristorante; lui avrebbe saputo più tardi dell’esito della spedizione e comunicato il suo disappunto a Lauretta. “È colpa sua se mi trovo in questa situazione, non ci sono organizzazioni criminali come sostiene il procuratore e altri”.
Le dichiarazioni dell’imputato sono alla base della tesi difensiva argomentata poi dagli avvocati Ruffier e Vitali: Gurgone non é il mandante dell’omicidio, che non é stato ordinato da nessuno. Lauretta, autonomamente, ha deciso di recarsi a Romentino con l’intenzione di dare una lezione a Penta, imprenditore novarese che quel giorno avrebbe dovuto essere nell’ufficio con Martinelli e Marcoli per fondare una nuova impresa nell’ambito del movimento terra. Penta non si presentó all’appuntamento perché ci fu una fuga di gas in un suo cantiere in viale Roma a Novara e dovette intervenire con urgenza e l’omicidio avvenne “per errore”, su decisione autonoma di Lauretta. Questa, in estrema sintesi, la versione ricostruita dalla difesa. La maggior parte dell’intervento dell’avv. Ruffier é stata dedicata a dimostrare l’inattendibilità del testimone chiave, Lauretta, e l’assenza di una volontà omicida premeditata. Gettare ombre sulla figura dell’omicida, dotato di un’”autonoma capacità criminale” non è stato difficile, considerari i suoi precedenti penali “di gran lunga superiori a quelli del giovane Gurgone”.
E non solo su Lauretta, ma anche sugli altri personaggi coinvolti nella vicenda, sempre secondo la difesa, ci sono punti non molto chiari. Ad esempio, secondo l’avvocato, non è stata verificata l’effettiva rottura del tubo che quella sera ha trattenuto Penta e allo stesso modo non è stato approfondito l’episodio relativo ai danneggiamenti che hanno impedito la testimonianza dello stesso imprenditore; ma “la cosa più vergognosa è la libertà di Cavalieri”, che è in arresto per gli incendi ai camion dell’imprenditore Delprino e non per la vicenda affrontata nel processo in corso. Questo, insieme con l’entità della pena inflitta a Lauretta, è – secondo la difesa – un’evidenza della mancanza di equità nel trattamento dei vari imputati.
L’avv. Vitali ha cercato di dimostrare l’inconsistenza dei moventi formulati dall’accusa ed é tornato sull’assenza di premeditazione. Non sarebbe credibile neanche la pista malavitosa: i rapporti con i Palamara erano solo di tipo lavorativo, mentre con i Russo c’è un rapporto di amicizia, ma le fatture dimostrano la falsità della tesi dei finanziamenti per fini occulti e “in ogni caso – sostiene Vitali – se davvero Gurgone avesse avuto alle spalle qualche finanziatore occulto, non avrebbe di certo fatto indebitare i suoi genitori per avviare un’impresa”.
Vitali chiude ridelineando il quadro già descritto da Gurgone: l’intento era quello di spaventare Penta, ma per colpa di Lauretta la situazione è degenerata “nel classico omicidio per errore”. Una tragedia insomma.
Per questo i difensori invocano l’art. 116 c.p. (Reato diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti), respingono le aggravanti generali e la premeditazione e insieme si appellano alla clemenza della corte, la quale, secondo loro, dovrebbe concedere una seconda possibilità a un ragazzo molto giovane, che ha commesso errori, ma non quello di commissionare un omicidio: “una vita in carcere – conclude l’avv. Vitali – non è equivalente alla morte, ma poco ci manca”.
Giovedì 17 maggio ci sarà lo spazio per le repliche, prima della decisione della corte e della lettura della sentenza.

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