Rifiuti illeciti in cava, intimidazioni, omertà e paura: continuano le testimonianze al processo Gurgone

tribunale cella

Si è svolta ieri la quarta udienza del processo in corte d’Assise che vede imputato Gurgone come mandante dell’omicidio di Ettore Marcoli. Un’udienza particolare perché arriva dopo la condanna, con il rito abbreviato, degli esecutori del delitto: ergastolo per Fagone e Mattiolo, 18 anni per Lauretta e 12 per Tancredi Brezzi. L’impianto accusatorio è confermato pienamente.

Al banco dei testimoni vengono chiamati gli imprenditori Patrizio Giacometti e Carmine  Penta, e i due “illustri ex” Gaudenzio Tacchini e Sergio Sigismondi.

È stata la parola intimidazione a segnare, in modo opposto, le prime due deposizioni. Le intimidazioni costituiscono il motivo della convocazione di Giacometti, titolare di un’impresa di autotrasporti, che poche settimane prime dell’omicidio denunciò il recapito di tre proiettili presso l’abitazione della compagna. Chiari gli indizi che lo portarono a sospettare di Gurgone: Cavalieri e la compagna gestivano un bar proprio di fronte alla casa che, appunto, non era neanche quella di Giacometti, per non parlare degli impliciti commenti di Gurgone, che parlò di altri imprenditori che avevano ricevuto i tre proiettili e degli espliciti riferimenti di Cavalieri a gente, poi specificata nella figura dello stesso Gurgone, “disturbata” dall’attività di Giacometti.

Dalle dichiarazioni dell’imprenditore è emersa un altro episodio che dimostra le “doti” imprenditoriali di Gurgone: la capacità di procurare allo stesso Giacometti autocarri noleggiati alla metà del canone usuale presso una concessionaria Mercedes di Varese.

Infine, sono emblematiche le parole di Gurgone che spiegò a Giacometti che “il territorio era in mano a lui, ai Palamara di Arona e ai Di Giovanni di Romagnano Sesia, ognuno ha la sua zona”.

Le intimidazioni sono, al contrario, il motivo per cui Penta è stato congedato dall’aula nel mezzo della testimonianza. L’uomo, visibilmente intimorito, dopo aver dato la sua versione della sera dell’omicidio, ha raccontato dei danni recati alla sua auto e alle vetrine del nuovo negozio del fratello; una coincidenza strana, se si pensa anche che la macchina non era posteggiata vicino alla casa dell’imprenditore, ma in una via traversa. Questo episodio, a due giorni dalla testimonianza, suona come un chiaro avvertimento; resta da chiarire chi ne sia l’artefice e il motivo per cui proprio e solo Penta.

È toccato poi ai due storici collaboratori dei Marcoli, passati poi alle dipendenze di Gurgone, Tacchini e Sigismondi (detentore anche di una quota del Gruppo Gurgone s.r.l.). I due sono stati principalmente interrogati in relazione allo smaltimento illecito di rifiuti nella cava, mascherato da bolle false, e alle motivazioni del loro passaggio all’impresa concorrente.

La testimonianza di Tacchini si è distinta per la notevole quantità di contraddizioni che hanno costretto il giudice Fasano ad ammonirlo ufficialmente più volte e spinto il P.M. Caramore a ritenere in essere una falsa testimonianza. La posizione dell’uomo, che è stato alle dipendenze dei Marcoli per circa 40 anni, si è aggravata, per quanto possibile, durante le spiegazioni dei motivi del passaggio al Gruppo Gurgone: Tacchini sarebbe stato infatti convinto, nonostante il conseguimento della pensione, ad avviare l’impresa di Gurgone, proprio dai suoi ex colleghi (tra cui Sigismondi e Ruaro), per “preparare il terreno” in favore dei clienti in caso di fallimento della Mecs, in quel momento in uno stato economico disastroso. E questa è concorrenza sleale.

Più lineare l’esposizione di Sigismondi, indagato per favoreggiamento personale, un reato previsto dal codice penale per chi ostacoli volontariamente le indagini. Questi avrebbe lasciato i Marcoli per Gurgone dopo 22 anni perché la Mecs non era più una garanzia economica per un uomo che non vuole finire in cassa integrazione a un passo dalla pensione. Da nessuna delle due deposizioni, tuttavia, è chiaramente emerso il motivo per cui invece il Gruppo Gurgone era una meta apprezzabile nonostante le oggettive ristrettezze economiche.

Più strettamente collegata all’omicidio la testimonianza di Monica Balossino, compagna di Alessandro Cavalieri e sulla carta titolare della Tircom Service, impresa di Cavalieri. La donna ha raccontato che la sera stessa dell’omicidio, il convivente, tornato a casa visibilmente scosso, le parlò dell’omicidio di Marcoli e di chi l’aveva voluto e chi l’aveva compiuto. Dopo mesi di tensione psicologica, tenuta a freno spesso con l’aiuto dell’alcol, Cavalieri, durante una lite col padre, non riuscirà a mantenere ancora il segreto e confesserà, vistosamente ubriaco, tutto ai carabinieri accorsi sul luogo del litigio.

Di quella sera ( 11 marzo 2010) hanno riferito anche il Maresciallo Ena dei Carabinieri di Cameriano e il Capitano Mele dei Carabinieri di Novara.

Infine sono stati ascoltati due tecnici in relazione alle sostanze rinvenute in cava, il dott. geologo Maimonte e il dott. Sacco dell’Arpa. Nella cava sono stati ritrovati, in particolare, idrocarburi, metalli pesanti, solventi chimici e il PCB, una sostanza chimica altamente tossica, cancerogena, trovata in 8 campioni su 16 prelevati in cava e in alcuni punti, in quantità superiori di 25 volte a quelle consentite. Il PCB aveva anche in parte contaminato la falda.

Terminate le testimonianze si è passati alla calendarizzazione: per l’8 marzo sono convocati gli ultimi testimoni ed è previsto l’esame dell’imputato. La sentenza sarà verosimilmente pronunciata ai  primi di maggio.

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