Marcoli, la cava che faceva gola alla criminalità

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Alla cava Marcoli di Romentino c’erano 100 mila metri cubi di rifiuti pericolosi oltre che bolle e documenti di trasporto falsi. Per la sua posizione vicina al Milanese era una sorta di «oggetto del desiderio» anche per la malavita organizzata lombarda, che con l’avvicinarsi di grandi eventi quale l’Expo 2015 aveva tutto l’interesse a trovare un posto non troppo distante rispetto all’alternativa rappresentata dal Piacentino.

E’ quanto emerso giovedì nell’aula della Corte d’Assise di Novara al processo per l’omicidio dell’imprenditore di 35 anni Ettore Marcoli, assassinato il 20 gennaio 2010. Durante le testimonianze del padre Ezio, che si è scoperto essere indagato proprio nel settore dello smaltimento di rifiuti (ha appena ricevuto un avviso di proroga dell’indagine), e da quanto riferito dai carabinieri di Novara si è così delineato il contorno della vicenda di cui, nella ricostruzione degli inquirenti, rappresenta il movente che avrebbe spinto l’imprenditore Francesco Gurgone ad assoldare tre collaboratori per eliminare il collega «scomodo». La cava, ha detto il capitano Vittorio Balbo, «aveva un valore notevole come area per materiali di scarico da stoccare come scarti da cantiere o di bonifica. A Romentino sono stati trovati ingenti quantità di terre contaminate e indebitamente scaricati». Proprio questa situazione aveva portato a controllare società di movimentazione terra che avevano avuto a che fare con Marcoli, anche grazie all’intermediazione di Gurgone: Morello, Palamara, Stillitano, imprese monitorate da organi di polizia e dalla Direzione antimafia. I Palamara, negli anni 2000, erano indagati per un omicidio in Calabria. Un altro aspetto di valore nella vicenda, è stato detto in aula, era la Mecs, società nata dal fallimento della vecchia impresa edile Marcoli assieme alla Romentino Inerti: «La Mesc raccoglieva l’aspetto delle costruzioni stradali della Ettore Marcoli costruzioni e aveva ereditato le Soa, certificazioni di elevato valore economico, indispensabili per partecipare alle gare d’appalto anche di milioni di euro. Ai tempi dell’indagine, Mecs operava sui cantieri di via Generali e ha partecipato all’appalto miliardario su uno svincolo per ponte di Messina».

Ambienti pericolosi, quindi. «Ma nessuno ci mise in guardia sui Palamara – ha detto Ezio Marcoli –: non li conoscevamo, se non come attività». Un ambiente in cui c’era chi si vantava di conoscenze nell’ambito della malavita o dove uscivano frasi come: «Per gli interessi non si guarda in faccia a nessuno» che l’indagato a piede libero Alessandro Cavalieri avrebbe detto a Tancredi Brezzi, il fornitore delle armi del delitto, per spiegargli cosa fosse successo, il giorno dopo i fatti.

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