Seminario di studi “Mafie al Nord”. Il bilancio novarese

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=wbMdJdYUb5w&version=3&hl=it_IT]”Mi stupisco di chi si stupisce dell’esistenza delle mafie nei territori del Nord”. Queste le parole di Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera, che aprono l’affollatissimo seminario di studi organizzato dall’Osservatorio Provinciale sulle mafie del coordinamento novarese di Libera e intitolato “Mafie al Nord. Dall’infiltrazione al radicamento”.

Gli studenti si alzano in piedi per applaudire don Ciotti

Il sacerdote è già al secondo appuntamento giornaliero in quanto al mattino ha incontra gli studenti novaresi delle scuole secondarie della provincia. Gli oltre quattrocento ragazzi che popolano la sala Borsa si rivolgono al presidente di Libera per porre al centro dell’attenzione l’interrogativo sulla relazione tra privilegi e diritti, all’interno di un quadro di corresponsabilità nella costruzione della democrazia partecipata.
Don Luigi Ciotti è accompagnato nella riflessione da Maria Josè Fava, responsabile di Libera Piemonte, e Domenico Rossi, referente provinciale di Libera Novara.
Proprio alla rete di Libera Novara spetta l’apertura ufficiale dell’incontro, caratterizzata dalla presentazione dei presidi scolastici già attivi sul territorio locale (presidio Giancarlo Siani e presidio Giuseppe Fava) e dal “battesimo” di due nuovi presidi novaresi: quello cittadino dedicato alla memoria dei due giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e quello studentesco di Borgomanero, intitolato al giudice torinese Bruno Caccia, ucciso dalla ‘ndrangheta il 26 giugno 1983.

La riflessione del mattino tocca molto chiaramente la responsabilità del ruolo educativo, di cui Libera si fa veicolo, e che più generalmente compete alle scuole. Le funzioni che spettano alla politica non sono però trascurate. E’ indubbio, infatti, come il contesto politico nazionale meriti attenzione e valutazione soprattutto nelle scuole. “A chi sostiene che di cultura non si mangia -dice Don Ciotti – noi vogliamo rispondere che siamo affamati di cultura”.
Si scaglia anche contro “il peccato del sapere di seconda mano”, piaga culturale che impoverisce la nostra capacità di essere moltiplicatori di consapevolezza, caratterizzandoci in una dimensione superficiale e debole di contrasto. “Opponiamoci -dice Don Luigi Ciotti- al peccato del sapere di seconda mano. C’è bisogno di profondità. Abbiamo bisogno di immergerci, di battezzarci. Dobbiamo conoscere, per essere persone più responsabili”
La cultura come responsabilità, prima che privilegio; la politica come “più alta ed esigente forma di carità”. Due elementi indissolubili della capacità rivoluzionaria di un paese; due aspetti strutturali indeboliti da uno stesso “coma etico” del nostro paese.
Un binomio che si ripresenta nel pomeriggio, in quello che è il vero e proprio momento di analisi della cosiddetta “questione settentrionale”.

Sala gremita per il seminario (Foto tratta da www.tribunanovarese.com)

A questa seconda fase prendono parte alla relazione anche la dottoressa Anna Canepa (DNA- responsabile del territorio ligure e lombardo) e il procuratore di Novara Francesco Saluzzo.
La dottoressa Canepa, già ospite dell’osservatorio di Libera Novara il 17 giugno scorso, riconferma la sua disponibilità a discutere ed approfondire con la cittadinanza novarese le modalità attraverso le quali le cosche della ‘ndrangheta hanno posto le radici sul nostro territorio, influenzando le strutture sociali, inserendosi nelle economie legali, corrompendole per riciclare grossi capitali illeciti, per poi porre le basi di una vera è propria “colonizzazione”.
All’interno della discussione evoca anche il problema delle competenze territoriali che spettano alle rispettive procure e DDA: “Novara, ad esempio, è una provincia piemontese a tutti gli effetti, ma le ultime operazioni ci mostrano come sia fortemente orbitante attorno alla Lombardia, ed in particolare a Milano”. Lo stesso si può dire del basso Piemonte e della difficoltà di coordinare la DDA di Genova con alcuni territori, quali Alessandria ed Asti, di competenza della DDA di Torino. Sono difficoltà effettive, pratiche, che mostrano come ancora il sistema giuridico italiano sia parzialmente insufficiente nel rendere rapide e semplici le fasi di monitoraggio dei traffici mafiosi.
Ha poi sottolineato come, politicamente, la questione mafiosa non possa essere considerata un problema di “emergenza” e quindi temporaneo, quasi inaspettato, bensì strutturale, presente da oltre cinquant’anni nella storia delle regioni settentrionali e, inoltre, attore quasi sempre dei grandi processi economici. Ha espresso però fiducia riguardo alle esternazioni fatte dal neo-ministro degli Interni, Anna Maria Cancellieri (ex prefetto di Genova), durante il suo insediamento nel governo, occasione nella quale avrebbe ribadito la centralità di un impegno politico serio e costante nella lotte alle mafie, soprattutto nelle regioni del centro e del nord Italia.
“Occorre un grande e sano realismo – ha poi continuato il procuratore-, ci vuole attenzione e concretezza”. Un sano realismo nell’affermare che le procure, in Italia, fanno “l’antimafia del giorno dopo”, e questo non certo per negligenze, quanto più per la solitudine lasciata da una non ben definita volontà politica. Un sano realismo è anche importante per contestualizzare i nostri territori: una volta erano terre di “confino”, oggi sono porti di confine con l’Europa; regioni strategiche per il contrabbando e per la latitanza; capitali del turismo nostrano come Bardonecchia e Bordighera, i due comuni sciolti per mafia, nuclei centrali per il riciclaggio di ricchezze “sporche”.
Dopo aver infine citato le operazioni “Crimine-Infinito” (DDA Milano e DDA Reggio Calabria) e “Minotauro” (DDA Torino) come evidenze pubbliche, più che delle connivenze con la politica locale, del bacino di forze ed unità nella disponibilità delle cosche, ha espresso la necessità politica e culturale di disporre di “percorsi virtuosi”.

Domenico Rossi passa poi la parola al procuratore capo di Novara Francesco Saluzzo, accompagnato nel pubblico dai suoi tre “sostituti” (Serianni, Caspani e Caramore), legando i due relatori proprio sull’importanza di decodifica dei cosiddetti “reati spia”, ovvero agli atteggiamenti criminali tradizionali ricreati nei nostri territori. Reati che senza un’accurata capacità di analisi possono erroneamente essere interpretati come piccoli reati comuni.
L’incapacità di legare fatti di cronaca di “stampo” non definito riguarda in primo ordine le attenzioni rivolte dalla politica e dalla stampa ai piccoli centri abitati, dove spesso con incredulità  e scetticismo ci si avvicina all’ipotesi mafiosa (si pensi all’operazione “Borgo Pulito”, ndr).
“Per capire quello che succede sul nostro territorio dobbiamo fare un consapevole flashback criminologico, sociologico, storico e culturale” che ci mostri come già da tempo le estensioni d’interessi criminali si affaccino golosamente alla Lombardia, alla Liguria e al Piemonte. Saluzzo compie un iter storico ben chiaro, che prende piede dalle attenzioni di Luciano Liggio per Milano e da quelle dei catanesi per Torino, per poi mostrare quanto oggi la situazione sia mutata, nelle strategie e nelle modalità, rispetto rispetto agli anni ’70. “Si è verificato un passaggio molto chiaro dalla forma criminale delle mafie a quella imprenditoriale”.
“E’ da vent’anni che ci poniamo questa stessa domanda (“C’è la mafia al Nord?” ndr) in modo un po’ disinformato e un po’ ingenuo. Certo che c’è, ma quando ce o chiedono, noi arriviamo solo alla verità processuale. […] Voglio far giungere un messaggio di allarme. La mafia non è il solo nemico. I nemici sono tutti coloro che le stanno attorno, e quella parte di società cancerogena che ne permette l’espansione”. Poi rivolgendosi alla situazione novarese, con i denti stretti di chi sa ma non può parlare si limita a dire: “Ancora non ci siamo”.

Dopo il dott. Saluzzo prende la parola Maria José Fava che ha illustrato le attività dell’osservatorio regionale di Libera soffermandosi in particolare sulle attività di studio legate al gioco d’azzardo, alla corruzione e alla situazione dei beni confiscati in Piemonte.

Chiude il seminario Domenico Rossi, referente di Libera Novara, fornendo un anteprima del bilancio di dati ed analisi che dal Febbraio scorso l’Osservatorio provinciale di Libera Novara sta raccogliendo. La situazione è ovviamente meritevole d’attenzione. La collocazione geografica di Novara porta all’attenzione massima nei confronti degli sviluppi delle sopracitate operazione. La condanna di pochi giorni fa in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa del biologo novarese, Rocco Coluccio, va proprio in questo senso. Anche se la domanda da farsi – procede Rossi – non è se a Novara esista o meno la mafia. Il problema è un altro: qual è il capitale sociale della mafia? Riprendendo il modello proposto dal criminologo Federico Varese in Mafie in movimento occorre chiedersi: quali sono le condizioni in cui la mafia riesce a effettuare un trapianto in una zona dove prima non era presente? A Novara ci sono queste condizioni? E’ sicuramente necessario uno studio  e un approfondimento in questa direzione.

Le parole del sindaco, Andrea Ballarè, e dell’assessore provinciale, Alessandro Canelli, ci rassicurano sulla volontà politica di condurre un ragionamento profondo sulla situazione della provincia novarese. Inoltre, il sindaco, ha esplicitato chiaramente la volontà di supportare l’osservatorio nelle sue funzioni (come già fa la Provincia), contribuendo “alla condivisione con la città, nella creazione di un substrato di partecipazione inclusiva”.

Alla fine del seminario rimangono impresse sul muro le parole con cui Don Luigi Ciotti ha voluto raccogliere a sè e salutare la platea: “La speranza o è di tutti, o non è speranza. Ricordate, la speranza è la tensione della vita che si fa progetto. Ogni esistenza è scritta nel registro del possibile”

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