Caselli e Salerno ospiti di BiT – Approfondimento sull’operazione “Minotauro”

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Eravamo presenti anche noi all’ultima riunione annuale della scuola di politica, promossa dalla fondazione Benvenuti in Italia, e interamente dedicata all’evoluzione e allo studio degli sviluppi relativi alla maxi-operazione “Minotauro”, che nella scorsa settimana ha investito il capoluogo piemontese con oltre 180 richieste di custodia cautelare per presunti affiliati all’Ndrangheta.

Seppur Benvenuti in Italia appartenga ad un settore ben organizzato della società civile, attento, formato, e quindi poco stupito dagli esiti dell’inchiesta, si è reso necessario prendere le distanze dalle polemiche filo-partitiche di questi giorni, per riportare al centro dell’attenzione l’analisi sul significato che questa operazione rappresenta, per la città di Torino e per l’intero Piemonte.
Ospiti della serata sono il Gip Giuseppe Salerno e il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli.
In un’analisi che riguarda l’organizzazione delle forze dell’ordine nell’operazione di contrasto al crimine organizzato, Salerno ripercorre le tappe dell’inchiesta piemontese, durata oltre 5 anni e avviata dalla testimonianza dei due pentiti Marando e Varacalli, mostrando bene come l’esteso sistema di relazioni, anche e purtroppo istituzionali, rappresenti un reale ostacolo e un effettivo rallentamento all’avvio della procedura d’arresto.

Al procuratore Caselli spetta il compito di elaborare una più ampia analisi sull’apparente impreparazione della società a questo violento disvelamento di relazioni economiche, affaristiche, d’interferenze politiche e istituzionali, accomunate da un comune scopo criminale: il riciclaggio di denaro.

Aiutandosi con una digressione storica, che riporta all’attenzione la profetica intervista del generale Dalla Chiesa (Repubblica, 10 agosto 1982) – «La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fato grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa “accumulazione primitiva” del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti a la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere.» – Caselli aggiunge tasselli fondamentali nell’interpretazione dello storico radicamento dell’ndrangheta dei territori del nord; tasselli che attraverso il periodo stragista dei primi anni ’90, attraverso i soggiorni obbligati (definiti “boomerang” dallo stesso generale Dalla Chiesa), attraverso la globalizzazione e l’informatizzazione dei passaggi economici, ha permesso ad un’organizzazione criminale silenziosa e sottovalutata di radicarsi ed espandersi, fino ad assumere un ruolo da protagonista anche nelle dinamiche criminali internazionali.

La responsabilità è, sì della società civile troppo spesso miope, ma soprattutto di quei pezzi della politica che, oltre ad essere incapaci di costituire degli anticorpi efficaci, sottovalutando il fenomeno anche contro gli allarmi lanciati a partire dall’omicidio del  giudice Caccia, ma passando per l’operazione “Cartagine” (1994), lo scioglimento del comune di Bardonecchia (1995), fino alla relazione della commissione antimafia di Francesco Forgione (2008), hanno in alcuni casi intrapreso la via della complicità o, in altri, privilegiato una politica difensiva della “classe”, piuttosto che una concreta depurazione interna.

Responsabilità di quella politica è ora l’attuazione di politiche continue nel tempo e coerenti, che vedano nell’operazione Minotauro un’ulteriore necessità d’intervento amministrativo.

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