Busto Arsizio, imprenditori sotto scacco L’incubo dei gelesi del clan Madonia

VARESE – Estorsioni con metodi mafiosi a imprenditori di Busto Arsizio: chi non paga subisce un incendio, chi paga diventa schiavo di un gruppo di 5 affiliati al clan Madonia Rinzivillo. È uno spaccato alla Don Vito Corleone quello scoperto dalla Dda di Milano (pm Ilda Boccassini e Nicola Piacente) e dalla squadra mobile di Varese. Una banda di gelesi terrorizzava i titolari di imprese edili e di pizzerie, scegliendo come vittime solo compaesani: forse perché abituati al terrore mafioso e al silenzio, oppure perché in qualche caso li sapevano navigare in una zona grigia tra legalità e illegalità. Gli arrestati sono Rosario Vizzini, 51 anni, Fabio Nicastro, 39, Dario Nicastro, 37, Emanuele Napolitano, 43, Rosario Bonvissuto, 38. Sono tutti pregiudicati e professionisti del pizzo.

Secondo le accuse sotto le loro grinfie finiscono, dal 2002, decine di imprenditori. C’è il caso di due commercianti all’ingrosso di Busto Arsizio che vengono costretti a cedere un ramo d’azienda con un blitz dal notaio. E quello di un’impresa di Lecco che viene costretta a entrare in un finto affare anticipando 20mila euro, soldi che finiscono nelle tasche degli arrestati. In quest’ultimo caso l’imprenditore vittima del racket viene umiliato: paga la vacanza a uno degli affiliati, Fabio Nicastro: un mese di soggiorno nelle Marche, a Pedaso, con i parenti. Sborsa soldi per l’alloggio, i pranzi, le cene, le colazioni, persino gli ingressi allo stabilimento balneare.

Pesanti angherie subisce anche un facoltoso ristoratore di Busto Garolfo, che viene avvicinato per comprare una villetta con terreno del valore di 300mila euro. I boss gli danno degli assegni che dovrà riscuotere a termine. Ma poi gli chiedono di aspettare a incassarli. Infine si presentano a casa e glieli sequestrano. E poi lo usano come bancomat: si tengono la villetta, vanno a mangiare gratis al ristorante, si fanno dare centinaia di buoni pasto, e per chiudere il conto gli prendono «a prestito» tre auto, una Porsche e due Mercedes.

Gli incendi nei cantieri edili sarebbero inoltre all’ordine del giorno: la polizia ne ha tracciato una mappa sentendo tutti i titolari coinvolti e ricavando decine di testimonianze. Un imprenditore racconta che, dopo avergli chiesto soldi, gli arrestati si sono presi il suo scooter e se ne sono andati. Tra i motivi del pizzo c’è anche il sostentamento delle famiglie degli affiliati al clan in carcere: due fratelli di Busto Arsizio dicono «no» e si ritrovano la Mercedes bruciata in cantiere. Sempre a Busto Arsizio, i professionisti del pizzo incendiano una ruspa in una ditta che non vuole pagare: alla fine ottengono comunque 10mila euro.

Nel dicembre del 2009 rischiano di ammazzare dei vigili del fuoco durante un agguato a Induno Olona, in cui fanno esplodere tre macchine per punire un fornitore edile del quale non si fidano più. A un barista di Busto, qualche giorno dopo, fanno saltare il locale perché non li aiuta a rintracciare l’uomo. La filosofia è chiara. La polizia ascolta in un’altra occasione Fabio Nicastro mentre dal carcere – dove è finito per tentata rapina – dà istruzioni alla moglie su cosa rispondere a un imprenditore (non identificato) che vuole indietro la sua auto. Sono precise parole: «Gli dici di chiamare… di dirgli che se si prende la macchina come esco lo scanno… lo ammazzo a lui e a quella p. di sua moglie… gli brucio tutta la casa… gli dici, mio marito guarda che ti fa passare le pene dell’inferno. Ti fa fare una brutta fine… e macchina non ce n’è».

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