Vicenza, Cavatore denuncia: «Altopiano in mano alla mafia, qui non lavoro più»

«Mi auguro che l’arresto del geometra sia solo l’inizio. Ci saranno sviluppi, spero molto più grossi, perché sono convinto che anche altri parleranno, ora che io per primo mi sono deciso. Il mio auspicio è che sull’Altopiano, per la gestione delle cave, scoppi una bomba in grado di scoperchiare un intero sistema che dura da tanti, troppi anni».

Sono le parole del cavatore Pietro Colpo all’indomani dell’arresto del cavaliere della Repubblica Angelo Canalia, dipendente dell’Ufficio cave e miniere della Provincia di Vicenza. Sono passati quasi due anni da quella fine di aprile 2009 e il botto tanto auspicato da Colpo non c’è stato: si è ancora in attesa di sviluppi sulle indagini e di ulteriori elementi in relazione alle presunte responsabilità dei funzionari indagati e alla correttezza dell’attività di Comuni, Provincia e Regione. Nessuno degli altri cavatori sembra aver confermato la tesi dell’imprenditore di Sandrigo.

Tutto sembra essere fermo, a confermare l’altra tesi sostenuta ancora con forza da Colpo: «L’Altopiano è peggio del sud Italia. In mano alla mafia. Solo che qui non usano le pistole, ti uccidono con l’ostruzionismo e se non accetti di far parte del “sistema”, se non accetti certe regole, non lavori più, sei fuori e basta. La gestione cave va avanti con la regola «degli amici degli amici», controllata da un ristretto gruppo di famiglie».

Pietro Colpo oggi sta cercando sbocchi lavorativi lontano dall’Italia, in Romania. «Qui – dice – non posso più lavorare. Mi hanno tutti girato le spalle: due anni fa avevo un sacco di amici, spariti tutti; con le banche avevo aperto leasing per milioni di euro, ora non mi danno più niente e fanno pure le strozzine». La rovina di Colpo comincia, secondo lo stesso imprenditore, nel 2005. «Da quando – racconta – mi sono opposto al passaggio incondizionato sulla strada d’accesso alla mia cava Vallà a Foza dei camion della ditta C & C srl di Alfonso Colpo, per consentire di arrivare alla cava attigua denominata Bisbant. Ho subito ben 3 fermi alla cava, con la scusa di rilevazioni e misurazioni, da settembre 2005 al 31 marzo 2009 per oltre 24 mesi di inattività. Ostruzionismi che si aggravavano con le mie segnalazioni di irregolarità, in particolare sull’apertura della cava Bisbant 1 e sull’asta inventata per la coltivazione della cava Bisbant 2 che serviva solamente per creare la via d’accesso della cava Bisbant 1 alla strada provinciale per Valstagna».

«Ma collegato a tutto ciò c’è anche un mio rifiuto di fronte alla richiesta di Canalia di una tangente esosa per l’apertura della cava Orthal ad Asiago. Vorrei raccontare molto di più, ma in questo momento non posso. Tutto però è noto agli inquirenti che continuano a dirmi di confidare nelle istituzioni che si farà giustizia. A questo punto posso solo sperarlo». «Il male del settore estrattivo in Altopiano – conclude Colpo – è l’individualismo. La legge è “mors tua vita mea”. È anche per questo che non si è mai riusciti a creare un consorzio a tutela e valorizzazione del marmo di Asiago, sempre venduto per marmo Verona. È per questo che si è creato questo sistema marcio».

Tornasse indietro, alla luce di quel che è successo, rifarebbe pubblicamente le sue denunce? «Mi ha fregato sempre la paura di non poter lavorare. Ora non avrei più paura di avere paura»

Da Il Gazzettino.it, di Stefania Longhini, del 20/02/2011

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