RIFLESSIONI DOPO UNA GIORNATA IN PIEDI

Quando torno a casa stanco dopo una giornata passata all’aperto non riesco a sottrarmi ad un rituale abbastanza collaudato: il lancio delle scarpe nell’atrio e poi il lancio di me stesso sul divano. Così, il 20 marzo, come sempre, mi sono fiondato sul sofà e, accesa la televisione, mi sono messo a cercare notizie sulla manifestazione che fino a poche ore prima aveva consumato i miei poveri piedi, non abituati ad essere costretti in calzari per più di una decina di ore.

La sorte vuole che l’unico telegiornale al momento in onda sia quello di Fede. Evabbè – mi dico fra me e me – che sarà mai, vediamo cosa dice. Dopo un euforico servizio sul milione di italiani a Roma arriva il momento tanto atteso: Manifestazione di Libera a Milano, giornata della memoria e dell’impegno. Con il mio conterraneo più celebre (anche io, come il direttore del TG4 vengo dal messinese) solerte nel sottolineare che la manifestazione non ha avuto uno scopo politico, bensì di lotta alla criminalità eccetera. Ed allora questa frase, non sbagliata né faziosa in sé, ha distolto la mia attenzione dai piedi ancora sofferenti per portarla su una riflessione circa lo statuto della scelta etica che io condivido con Libera.

Fin dal mio primo approccio con l’associazione una grande eco ha avuto il fatto che Libera non sia un partito politico, anzi non sia assolutamente politica nell’accezione che questo termine ha oggigiorno. E quindi mi sono chiesto dove sia lo sbaglio: se una scelta etica forte come quella di Libera non può dirsi politica, è dovuto al fatto che il termino politico ha oggi perso la sua controimmagine nel campo dell’etica o alla mancanza in termini partitici del movimento di Ciotti? Delle due una: o la dialettica della res-publica è stata spogliata del connotato morale oppure la piattaforma di valori di cui faccio parte non è stata in grado – trattino – ha voluto evitare di entrare direttamente nel campo dell’amministrazione. La seconda opzione mi sembra la più confutabile: progetti come L10 tradiscono l’attenzione che il movimento ha nei confronti della gestione della cosa pubblica. Eppure nel discorso che Don Ciotti ha fatto il 20 Marzo quello della Memoria è stato definito “un cammino sociale, educativo e culturale” quindi qualcosa di pre-politico, un percorso di civiltà e legalità che non nasce dal politico ma che lo influenza colpendolo alla radice. Il concetto chiave dell’antimafia sociale, l’agire sulle basi del fenomeno malavitoso, è la linea del progetto di continua educazione alla cittadinanza attuato da Libera.

Pertanto, il motivo per cui il 20 Marzo non può essere definito politico non sta in un vizio di fondo di chi lo organizza (la riflessione che sto conducendo si riferisce soprattutto a Libera, anche se a promuovere la giornata della Memoria e dell’impegno sono stati anche altri enti) ma sta nell’estrema povertà a cui s’è ridotto il panorama istituzionale contemporaneo. Nell’epoca in cui tutto viene tacciato di essere partitico e schierato, dalla magistratura ai questori, a rimetterci è stata soprattutto l’immagine della Politica agli occhi del cittadino medio. Non più valori, non più scelte o compromessi alti come quelli dei costituenti, ma mezzucci e pacchetti di voti. La questione della legalità o della fedeltà alla Costituzione non dovrebbe essere nemmeno una scelta politica, come può prefigurarsi nel panorama attuale, ma il fondamento di tutto il sistema. Non ha senso parlare di schieramento in difesa dell’antimafia perché questa dovrebbe essere la conditio sine qua non di qualsiasi partito. L’anomalia italiana emerge con il suo inquietante ghigno in giornate come il 20 Marzo che hanno lo scopo di ribadire concetti che non dovrebbero essere difesi, tanto dovrebbero formare le fondamenta di uno Stato democratico.

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