Novara, sala Borsa. Prende inizio alle ore 21 la serata di commemorazione di Peppino Impastato. Sono trent’anni dal suo omicidio, avvenuto il 9 maggio 1978 per mano mafiosa, trenta lunghi anni di tribunale per assicurargli giustizia. Trent’anni in cui il suo ricordo si è protratto e diffuso in tutta Italia. E proprio in occasione di questo anniversario, 250 novaresi, coordinati dall’associazione Libera, si sono riuniti per assistere ad uno spettacolo dal titolo “Speranze” ed ai discorsi di Davide Mattiello, referente regionale di Libera.

Si abbassano le luci. Il gruppo Harry Loman accompagna musicalmente un recitato di alcuni scritti di Peppino e subito il pubblico viene coinvolto nelle tensioni, nelle speranze, nelle paure di un ragazzo che ha combattuto contro la mentalità della propria terra. Subito il pubblico viene posto di fronte alla frattura che Peppino portava dentro di sé, quella frattura che lo faceva apparire esaltato o annoiato, scoraggiato o convinto. Quella frattura grazie alla quale ha continuato a lottare, a causa della quale ha attraversato momenti difficili, diviso tra alcol e difficoltà relazionali. Una frattura di nome mafia. Una frattura di nome responsabilità, troppo spesso sinonimo di solitudine.

Cambia la musica. Ora Peppino scompare, ma resta. Ora Peppino è morto, ma la sua vita scorre nelle parole che attanagliano il pubblico. Il discorso pronunciato da Salvo, il 10 maggio 1978, a Radio Aut, commuove. Commuove e fa arrabbiare, come fanno arrabbiare i depistaggi delle indagini, i tentativi di passare sotto silenzio l’omicidio di chi, più di tutti, a Cinisi aveva lottato. La rabbia di Salvo riempie la stanza, rabbia per un amico che verrà dimenticato, il cui destino è di scomparire o, forse, di non apparire proprio a causa della coincidenza racchiusa nella data di morte. La notte del 9 maggio 1978 è infatti la “notte buia” dello Stato Italiano, che oltre all’omicidio di Peppino, ha visto il ritrovamento del corpo di Aldo Moro.

La musica si ferma. Ai funerali di Peppino, il corso di Cinisi accolse lacrime, gente e pugni chiusi, quasi a voler proteggere ciò che di Peppino rimane: un corpo di strutto, certo, ma non solo. A noi rimangono le sue idee, la sua voglia. A noi rimane la sua frattura, da portare, da vivere, da colmare. Una frattura di nome mafia.

Le luci ora illuminano la sala e Davide Mattiello, introdotto sul palcoscenico, raccoglie la commozione dei presenti. Peppino Impastato, cita. Pino Masciari. Il giudice Caselli. Carlo Alberto Dalla Chiesa. Falcone. Borsellino. Alcuni nomi, tanti nomi di “folli”, come dice lui. Modelli difficili da consigliare, perché uomini che hanno sacrificato tutto per la lotta al fenomeno mafioso, compresa la sicurezza propria e delle famiglie. “Folli”, perché portatori di valori autentici che non si sono piegati di fronte alla logica della convenienza, non si sono piegati in attesa che la tempesta cessasse. Sono stati dritti ed alcuni si sono spezzati. E proprio contro la logica della convenienza, dice Mattiello, combatte Libera. Contro l’opportunismo, contro l’atteggiamento furbo ed illegale di molti, contro l’arroganza diffusa. La lotta di Libera non è dei pochi che si espongono, né avviene su un palcoscenico nelle serate di commemorazione. La lotta è svolta quotidianamente nel combattere la mentalità distorta. La lotta di Libera è quella dei cittadini, dei ragazzi, degli educatori. E Così Mattiello congeda tutti i presenti, nella speranza di un impegno esteso ad ogni civile per una lotta in nome della legalità.

Marta
Presidio “Rosario Livatino”

Una risposta

  1. Anto ha detto:

    La serata è stata senza dubbio emozionante e toccante,la speranza è che ciò che è stato vissuto non vada messo in un buio e deprimente scantinato ma che continui a scaldare il cuore delle persone presenti e che porti legalità nella quotidianità.
    Noi del presidio Livatino faremo di tutto per rendere questa cittadinanza responsabile e cosciente. La mafia non è a mille km da noi e neanche a cento, ma purtroppo chissà quante volte ci sarà capitato, inconsapevolmente, di trovarci accanto a persone che questa mentalità la vivono.Su questo fronte dobbiamo impegnarci: X creare una cultura che scardini questa inconsapevolezza, X essere critici difronte al mondo, X resistere a ciò che vogliono farci credere….

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